Giugno 2011- Mese del Sacro Cuore di Gesù

Contempliamo il Cuore di Gesù con S. Francesco di Paola

Dalla tradizione noi sappiamo che S. Francesco di Paola era particolarmente devoto del mistero del Natale, perché esso, unitamente a quello dell’Annunciazione, costituiva, per quel che osserveremo, un riferimento importante per la sua spiritualità penitenziale, e, conseguentemente, il fondamento della sua spiritualità cristocentrica e mariana. La devozione ai santissimi nomi di Gesù e Maria (che egli univa tra loro con l’invocazione Gesù-Maria), pur rispondente anch’essa alla spiritualità del tempo, assumeva in lui il significato di contemplazione della disponibilità al Padre sia da parte di Gesù, che acconsente di diventare uomo per salvare l’umanità, sia da parte di Maria, che risponde sì alla proposta dell’Angelo nel mistero dell’Annunciazione, dichiarandosi così anch’essa disponibile a collaborare con Dio. L’iconografia ha colto bene tale verità, in quanto, ancor prima della canonizzazione, ha raffigurato S. Francesco in ginocchio dinanzi alla Vergine, nell’atto di presentargli il bambino, che ha tra le braccia.Anche negli scritti dei religiosi Minimi lungo i secoli il testo paolino di Fil 2, 6-11 (il mistero dell’incarnazione di Gesù) è stato associato a quello di Lc 1, 38) per indicare i riferimenti della spiritualità penitenziale dell’Ordine. La devozione di S. Francesco di Paola verso Gesù, contemplato nel mistero della sua nascita, è stata certamente influenzata sia dalla corrente spirituale della “Devozione moderna”, allora molto diffusa, sia dalla tradizione francescana. Entrambe le spiritualità hanno sottolineato molto il mistero del Natale per la pietà cristiana, invitando i fedeli a considerare l’umiltà, la semplicità, la povertà, le sofferenze patite dal Signore, che nasce povero ed umile nella grotta di Betlemme, e che è ritenuto come il figlio di un falegname. L’invito a considerare tali aspetti del mistero doveva portare i fedeli ad immedesimarsi è tutti i particolari rilevabili dalla contemplazione del mistero stesso, anche quelli materiali, al fine di suscitare comportamenti virtuosi adeguati. Più se ne rilevavano, più spinte si ricevevano alla pratica delle virtù. Si spiega così la dovizie di particolari osservati nella descrizione della scena della nascita di Gesù in una grotta; quelli poi che, a partire da S. Francesco d’Assisi, sono stati alla base della tradizione del presepe. Ma, per quanto riguarda S. Francesco di Paola, c’è da osservare qualcosa di più. Infatti, se noi cerchiamo di capire la sua vita interiore a partire da certi suoi riferimenti al mistero dell’Incarnazione, ci accorgiamo che dobbiamo concludere che lui, meditando sul mistero di annientamento del Verbo incarnato, ha tratto da tale mistero forza e luce per la sua scelta penitenziale. Non c’è solo, quindi, una pietà dovuta ai condizionamenti della spiritualità del tempo, ma la ricerca di un fondamento teologico alla vocazione della penitenza quaresimale, accolta come dono dello Spirito. E non è arbitrario pensare a S. Francesco, che trae motivo per la vita penitente dal presepe, contemplando Gesù che vive l’umiltà, la semplicità, la povertà e la sobrietà della sua condizione umana. Alcune ragioni teologiche di una devozione al mistero dell’Incarnazione combaciano con quelle che sono a fondamento della spiritualità penitenziale di S. Francesco di Paola e dell’Ordine dei Minimi. La radice della penitenza cristiana, infatti, è la disponibilità dell’uomo a cambiare secondo le indicazioni del Vangelo. Essa è, quindi, un atto di fede nel primato di Dio, riconosciuto come bene assoluto, principio di verità, guida e sostegno dell’uomo. Sulla base di tale fede l’uomo si riscopre progetto di Dio, accoglie la sua volontà, è disposto a cambiare il suo modo di pensare e ad uniformare il suo giudizio a quello di Dio; tutto questo anche a costo di sacrifici personali, sia quelli imposti dalla situazione sia quelli liberamente scelti. Nel mistero dell’Incarnazione, secondo le indicazioni bibliche, sia dal punto di vista di Gesù (Fil 2, 6-11; Eb 10, 5-10) che di Maria (Lc 1, 26-38), S. Francesco vede l’esemplarità della penitenza cristiana, perché coglie in tale mistero, da una parte la disponibilità di Gesù ad essere tutto del Padre e a compiere la sua volontà, dall’altra quella di Maria, che accetta la proposta, fattagli dall’angelo in nome di Dio, di essere coinvolta nella disponibilità di Gesù ad incarnarsi per salvare l’uomo, solidale con lui in tutto. In questo mistero, pertanto, appare sia la “penitenza” di Cristo che quella di Maria. Da tale considerazione di fede nasce in S. Francesco soprattutto il sentimento e l’atteggiamento della contemplazione di tale mistero. Nella terza redazione della Regola per i suoi religiosi egli adopera due aggettivi per definire la festività del Natale: celeberrima e luminosissima. Con tali aggettivi egli esprime la sua meraviglia estatica dinanzi a questo mistero. Pertanto, le immagini, che ce lo raffigurano in contemplazione dinanzi al presepe, non sono solo una creazione artistica dovuta alla fantasia dei pittori, ma esprimono l’intuizione profonda, avuta dall’Eremita di Paola, di collegare al mistero del Natale soprattutto le virtù dell’umiltà, della semplicità e della sobrietà, importanti e decisive per la sua proposta penitenziale. Tale collegamento è esplicitato in un passo di una bolla di Sisto V, che vale la pena riportare per intero: “Francesco dall’infanzia, infiammato di amore per le cose celesti, da minimo, quale si era fatto davanti a Dio e agli uomini, divenne grande. Tra le altre virtù, in cui eccelse, una specialmente ne abbracciò, l’umiltà, virtù sempre gradita al Re dei re. Tale virtù egli scelse come guida e compagna ritirandosi in luoghi solitari per una vita dedita alla pietà e alla santità, così come imparò che la stessa segnò il primo ingresso nel mondo di Cristo salvatore nostro”. Il testo è una riflessione su S. Francesco e un tentativo di leggere e interpretare il suo mondo interiore a partire dai piccoli segni esteriori che ci sono stati tramandati. Purtroppo noi ci dobbiamo accontentare di questi testi per penetrare l’interiorità del nostro Santo, mancando di altre fonti dirette. Dalla contemplazione, sulla scorta della “Devozione moderna” che non incoraggiava mai ad una contemplazione fine a se stessa, S. Francesco passa all’imitazione. Il testo più importante da riferire in proposito è quello della lettera del 1486 ai procuratori dell’eremo di Spezzano, nella quale scrive: “Pensate quanto infinito fu quell’ardore che discese dal cielo sulla terra per salvarci; per noi subì tanti tormenti e patì la fame, il freddo, la sete il caldo e ogni umana sofferenza, nulla rifiutando per amor nostro e dando esempio di perfetta pazienza e di perfetto amore, cosicché anche noi vogliamo avere pazienza in tutte le nostre avversità e le possiamo sopportare per amore, pensando che Gesù Cristo, nostro Signore, nell’avere affanni e tribolazioni soffrì per molti altri”. Sono evidenti in questo testo i due aspetti di contemplazione e di imitazione. Nell’Incarnazione bisogna contemplare la pazienza di Cristo, che tutto sopporta per amore nostro, in modo da imitarlo, per amore, avendo anche noi pazienza in tutte le nostre difficoltà. Ma accanto alla pazienza, bisogna contemplare e imitare anche le virtù dell’umiltà e della semplicità, sulle quali Gesù, nel mistero dell’Incarnazione, offre a tutti gli uomini una grande lezione. Per sottolineare questa grande verità, S. Francesco approfitta dell’occasione che gli offre il richiamo ai letterati e ai professori di non ambire privilegi e posti di onore nella comunità, ma di accontentarsi del posto che spetta loro secondo quella precedenza, determinata dall’ingresso nell’Ordine da parte dei candidati: “A nessuno, anche se di grandissimo ingegno torni spiacevole starsene così, dal momento che il Re della gloria in tal modo si abbassò umilmente fino alla polvere per noi vermiciattoli” (Correttorio dell’Ordine, cap. IX). L’immagine è molto forte; la contrapposizione molto marcata, seguendo idealmente Fil 2, 6-11, tra il Re della gloria e noi vermiciattoli vuole spingere più facilmente all’imitazione. Infatti, se Cristo, che è Re della gloria, può essere diventato polvere come noi, noi, che siamo vermiciattoli in confronto a lui, possiamo accettare questo atto di umiltà, che non regge rispetto a quello che Cristo ha fatto. L’umiltà vera, infatti, può esistere solo in Dio, noi possiamo solo imitarlo in qualche cosa, perché in realtà la nostra condizione umana è già di umiltà. Il pensiero che bisognava contemplare il comportamento di Cristo nella sua vita terrena e che bisognava imitarlo, era certamente dominante nella mente di S. Francesco di Paola, perché più volte nelle Regole per i suoi seguaci, nelle lettere scritte ad amici e benefattori, e nelle raccomandazioni fatte a quanti si rivolgevano a lui, così come sono testimoniate nei Processi per la sua canonizzazione, egli esortava ad ispirare i propri comportamenti al Signore, anche senza far riferimento ad un mistero particolare della sua vita. Risuona particolarmente solenne, pertanto, l’invito ad agire “per amore del Signore Gesù”, o più genericamente “per il Signore Gesù”, con il quale egli voleva proporre l’imitazione della sua vita (P. Giuseppe Fiorini Morosini).

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