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Perché siamo sulla terra? Vivere per chi? Vivere perché? Seguendo Gesù Cristo l’uomo nel mondo d’oggi può vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella […]

Perché siamo sulla terra? Vivere per chi? Vivere perché?

Seguendo Gesù Cristo l’uomo nel mondo d’oggi può vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri.

Mi permetto di riportare, testualmente (ho solo provveduto ad evidenziare, in neretto, alcuni aspetti per me salienti), una riflessione del Prof. H. Kung, tratta dal libro “Credo”, per meditare, in maniera semplice ed oggettiva, il nostro essere cristiani. [….]

A ciò, ho aggiunto il discorso del nostro Papa Benedetto XVI in Piazza Vittorio Emanuele, a Pennabilli, ai giovani della Diocesi di San Marino-Montefeltro, 19/6/2011. Andiamo, quindi, per ordine:

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Già Calvino aveva sollevato l’interrogativo fondamentale: «Qual’é il fine principale della vita umana?». E la sua risposta lapidaria suonava così nel catechismo di Ginevra nel 1547: «C’est de cognoistre Dieu» – «Conoscere Dio». Io stesso nella mia giovinezza, come numerosi altri, ho imparato a memoria la risposta data alla domanda «perché siamo sulla terra?» dal diffusissimo catechismo cattolico scritto dal gesuita Joseph Deharbe nel 1847: «Noi siamo sulla terra per conoscere Dio, amarlo, servirlo e così raggiungere il paradiso».

Ci sono molti contemporanei che sentono la loro vita priva di senso; molti sono psichicamente malati o esistenzialmente vuoti. Comunque entrambe le risposte – quella calvinista come quella cattolica – appaiono oggi agli stessi contemporanei sensibili alla religione troppo rigide per poter convincere. Non che le formule tradizionali debbano essere gettate senz’altro tra i ferri vecchi; esse però andrebbero discusse, dissolte e nuovamente ricomposte alla luce di altre prospettive. Raggiungere il paradiso? Non dobbiamo pensare prima alla nostra responsabilità sulla terra? Anche i cristiani sono oggi convinti che il senso della vita non sia soltanto, astrattamente, «Dio» e «il divino», ma l’uomo stesso, l’umano in tutta la sua ampiezza. Non semplicemente il ciclo come felicità lontana, ma anche la terra come concreta felicità terrena. Non soltanto «conoscere Dio», «amare Dio», «servire Dio», ma anche autorealizzazione, autodispiegamento, amore per vicini e per lontani. E in questo non dovrebbero essere coinvolti anche il lavoro quotidiano, la professione e, ovviamente, soprattutto le relazioni umane? E che cosa vi si dovrebbe ancora aggiungere se si facesse proprio un modo «olistico», integrale, di considerare la vita?

Per converso però, proprio alla luce di tale approccio integrale, ci si chiederà se si debba trovare il senso, la felicità, una vita piena soltanto nel lavoro, nel possesso, nel profitto, nella carriera, nel prestigio, nello sport e nel piacere. II poter dominare, il voler godere e il dover consumare possono mai rendere felice una vita umana con tutte le sue tensioni, fratture e conflitti? Parliamoci chiaramente: l’essere umano è qualcosa di più, come avverte chi si è scontrato almeno una volta con i limiti di tutte le sue attività. È stato allora ineludibile il confronto con la domanda: che cosa sono io, se non posso più fare nulla, se non sono più capace di agire? Dobbiamo in effetti stare attenti a non perdere la nostra «anima», l’intero nostro essere soggetti personali e responsabili, per colpa della tecnica e dell’economia, ma anche dei mass media che sempre più condizionano la nostra vita quotidiana. Dobbiamo stare attenti a non diventare persone dominate dagli istinti, edonistiche, dedite al potere, massificate o magari disumane. L’obiettivo deve restare questo: essere e diventare veramente uomo, un uomo umano. Essere veramente uomo, umano: questa potrebbe comunque essere una descrizione elementare, lapidaria del senso della vita, una descrizione che potrebbe essere condivisa da contemporanei della più diversa origine, nazione, cultura e religione.

E il cristiano? L’essere cristiano non è più che essere uomo? Al riguardo non possono più esserci dubbi oggi tra i cristiani: anche il cristiano deve essere veramente uomo e impegnarsi in favore dell’umanità, della libertà, della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato. No all’essere cristiano a prezzo dell’essere uomo. L’essere cristiano non è «più» dell’essere uomo in un senso quantitativo; i cristiani non sono superuomini. L’essere cristiano può però costituire un ampliamento, un approfondimento, un radicamento, anzi una radicalizzazione dell’essere uomo: fondando l’essere uomo sulla fede in Dio e orientando la prassi a Gesù Cristo.

Da questo punto di vista l’essere cristiano può venire concepito come un umanesimo veramente radicale, che in questa vita umana così lacerata, in questa società così conflittuale, non soltanto accoglie, come già si è detto, tutto ciò che è vero, buono, bello e umano, ma comprende anche tutto ciò che, per essere non vero, non buono, non bello, addirittura disumano, non è meno reale. Neppure il cristiano può eliminare tutto questo negativo (sarebbe di nuovo un’illusione fatale che condurrebbe a una felicità forzata incurante dell’uomo); il cristiano però può combatterlo, sopportarlo, trasformarlo. Insomma, l’essere cristiano realizza un umanesimo che può dominare non soltanto tutto il positivo, ma anche tutto il negativo, ogni sofferenza, colpa, assurdità, morte, grazie a un’estrema, incrollabile fiducia in Dio, che non conta sulle proprie opere, ma sulla grazia di Dio.

Anche questa è soltanto un’illusione? No, perché tutto ciò è stato già vissuto in maniera esemplare da colui che per i cristiani deve essere la guida, «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), e precisamente proprio in questa decisiva radicalizzazione dell’essere uomo. Su questo fondamento religioso dovrebbe essere possibile realizzare per se stessi un’identità psicologica contro tutte le schiavitù dell’angoscia, ma anche una solidarietà sociale contro ogni rassegnazione di fronte all’ineluttabile. Anzi, dovrebbe essere possibile raggiungere, con fiducia incondizionata, un senso per la vita persino là dove la ragione pura deve capitolare, di fronte alla sofferenza assurda, alla miseria abissale, alla colpa imperdonabile. Io stesso ho sintetizzato una volta la specificità dell’essere cristiano in una breve formula, che da allora mi ha sostenuto lungo una vita di fatiche e gioie, di successi e sofferenze:

Seguendo Gesù Cristo l’uomo nel mondo d’oggi può vivere, agire, soffrire e morire in modo veramente umano: nella felicità e nella sventura, nella vita e nella morte sorretto da Dio e fecondo di aiuto per gli altri.

Anche il Simbolo apostolico ha come fine ultimo un senso nuovo della vita e una nuova prassi, su un cammino che vive di speranza, si fonda sulla fede e trova nella carità il proprio compimento. Fede, speranza, carità – così si può esprimere per il cristiano il senso della vita, «ma tra esse la più grande è la carità» (I Cor 13,13).”””

(da Benedetto XVI):

Oggi vorrei richiamare il celebre episodio in cui il Signore era in cammino e un tale – un giovane – gli corse incontro e, inginocchiatosi, gli pose questa domanda: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?” (Mc 10,17). Noi forse oggi non diremmo così, ma il senso della domanda è proprio: cosa devo fare, come devo vivere per vivere realmente, per trovare la vita. Quindi dentro questo interrogativo possiamo vedere racchiusa l’ampia e variegata esperienza umana che si apre alla ricerca del significato, del senso profondo della vita: come vivere, perché vivere.

La “vita eterna”, infatti, alla quale fa riferimento quel giovane del Vangelo non indica solamente la vita dopo la morte, non vuol sapere soltanto come arrivo al cielo. Vuol sapere: come devo vivere adesso per avere già la vita che può essere poi anche eterna. Quindi in questa domanda questo giovane manifesta l’esigenza che l’esistenza quotidiana trovi senso, trovi pienezza, trovi verità. L’uomo non può vivere senza questa ricerca della verità su se stesso – che cosa sono io, per che cosa devo vivere – verità che spinga ad aprire l’orizzonte e ad andare al di là di ciò che è materiale, non per fuggire dalla realtà, ma per viverla in modo ancora più vero, più ricco di senso e di speranza, e non solo nella superficialità.

E penso che questa – e l’ho visto e sentito nelle parole del vostro amico – sia anche la vostra esperienza. I grandi interrogativi che portiamo dentro di noi rimangono sempre, rinascono sempre: chi siamo?, da dove veniamo?, per chi viviamo? E queste questioni sono il segno più alto della trascendenza dell’essere umano e della capacità che abbiamo di non fermarci alla superficie delle cose. Ed è proprio guardando in noi stessi con verità, con sincerità e con coraggio che intuiamo la bellezza, ma anche la precarietà della vita e sentiamo un’insoddisfazione, un’inquietudine che nessuna cosa concreta riesce a colmare. Alla fine tutte le promesse si dimostrano spesso insufficienti.

Cari amici, vi invito a prendere coscienza di questa sana e positiva inquietudine, a non aver paura di porvi le domande fondamentali sul senso e sul valore della vita. Non fermatevi alle risposte parziali, immediate, certamente più facili al momento e più comode, che possono dare qualche momento di felicità, di esaltazione, di ebbrezza, ma che non portano alla vera gioia di vivere, quella che nasce da chi costruisce – come dice Gesù – non sulla sabbia, ma sulla solida roccia.

Imparate allora a riflettere, a leggere in modo non superficiale, ma in profondità la vostra esperienza umana: scoprirete, con meraviglia e con gioia, che il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito! Questa è la grandezza dell’uomo e anche la sua difficoltà. Una delle illusioni prodotte nel corso della storia è stata quella di pensare che il progresso tecnico-scientifico, in modo assoluto, avrebbe potuto dare risposte e soluzioni a tutti i problemi dell’umanità. E vediamo che non è così.

In realtà, anche se ciò fosse stato possibile, nulla e nessuno avrebbe potuto cancellare le domande più profonde sul significato della vita e della morte, sul significato della sofferenza, di tutto, perché queste domande sono scritte nell’animo umano, nel nostro cuore, e oltrepassano la sfera dei bisogni. L’uomo, anche nell’era del progresso scientifico e tecnologico – che ci ha dato tanto – rimane un essere che desidera di più, più che la comodità e il benessere, rimane un essere aperto alla verità intera della sua esistenza, che non può fermarsi alle cose materiali, ma si apre ad un orizzonte molto più ampio. Tutto questo voi lo sperimentate continuamente ogni volta che vi domandate: ma perché? Quando contemplate un tramonto, o una musica muove in voi il cuore e la mente; quando provate che cosa vuol dire amare veramente; quando sentite forte il senso della giustizia e della verità, e quando sentite anche la mancanza di giustizia, di verità e di felicità.

Cari giovani, l’esperienza umana è una realtà che ci accomuna tutti, ma ad essa si possono dare diversi livelli di significato. Ed è qui che si decide in che modo orientare la propria vita e si sceglie a chi affidarla, a chi affidarsi. Il rischio è sempre quello di rimanere imprigionati nel mondo delle cose, dell’immediato, del relativo, dell’utile, perdendo la sensibilità per ciò che si riferisce alla nostra dimensione spirituale. Non si tratta affatto di disprezzare l’uso della ragione o di rigettare il progresso scientifico, tutt’altro; si tratta piuttosto di capire che ciascuno di noi non è fatto solo di una dimensione “orizzontale”, ma comprende anche quella “verticale”. I dati scientifici e gli strumenti tecnologici non possono sostituirsi al mondo della vita, agli orizzonti di significato e di libertà, alla ricchezza delle relazioni di amicizia e di amore.

Cari giovani, è proprio nell’apertura alla verità intera di noi, di noi stessi e del mondo che scorgiamo l’iniziativa di Dio nei nostri confronti. Egli viene incontro ad ogni uomo e gli fa conoscere il mistero del suo amore. Nel Signore Gesù, che è morto e risorto per noi e ci ha donato lo Spirito Santo, siamo addirittura resi partecipi della vita stessa di Dio, apparteniamo alla famiglia di Dio. In Lui, in Cristo, potete trovare le risposte alle domande che accompagnano il vostro cammino, non in modo superficiale, facile, ma camminando con Gesù, vivendo con Gesù.

L’incontro con Cristo non si risolve nell’adesione ad una dottrina, ad una filosofia, ma ciò che Lui vi propone è di condividere la sua stessa vita e così imparare a vivere, imparare che cosa è l’uomo, che cosa sono io. A quel giovane, che Gli aveva chiesto che cosa fare per entrare nella vita eterna, cioè per vivere veramente, Gesù risponde, invitandolo a distaccarsi dai suoi beni e aggiunge: “Vieni! Seguimi!” (Mc 10,21).

La parola di Cristo mostra che la vostra vita trova significato nel mistero di Dio, che è Amore: un Amore esigente, profondo, che va oltre la superficialità! Che cosa sarebbe la vostra vita senza questo amore? Dio si prende cura dell’uomo dalla creazione fino alla fine dei tempi, quando porterà a compimento il suo progetto di salvezza. Nel Signore Risorto abbiamo la certezza della nostra speranza! Cristo stesso, che è andato nelle profondità della morte ed è risorto, è la speranza in persona, è la Parola definitiva pronunciata sulla nostra storia, è una parola positiva.

Non temete di affrontare le situazioni difficili, i momenti di crisi, le prove della vita, perché il Signore vi accompagna, è con voi! Vi incoraggio a crescere nell’amicizia con Lui attraverso la lettura frequente del Vangelo e di tutta la Sacra Scrittura, la partecipazione fedele all’Eucaristia come incontro personale con Cristo, l’impegno all’interno della comunità ecclesiale, il cammino con una valida guida spirituale. Trasformati dallo Spirito Santo potrete sperimentare l’autentica libertà, che è tale quando è orientata al bene. In questo modo la vostra vita, animata da una continua ricerca del volto del Signore e dalla volontà sincera di donare voi stessi, sarà per tanti vostri coetanei un segno, un richiamo eloquente a far sì che il desiderio di pienezza che sta in tutti noi si realizzi finalmente nell’incontro con il Signore Gesù.

Lasciate che il mistero di Cristo illumini tutta la vostra persona! Allora potrete portare nei diversi ambienti quella novità che può cambiare le relazioni, le istituzioni, le strutture, per costruire un mondo più giusto e solidale, animato dalla ricerca del bene comune. Non cedete a logiche individualistiche ed egoistiche! Vi conforti la testimonianza di tanti giovani che hanno raggiunto la meta della santità: pensate a santa Teresa di Gesù Bambino, san Domenico Savio, santa Maria Goretti, il beato Pier Giorgio Frassati, il beato Alberto Marvelli – che è di questa terra! – e tanti altri, a noi sconosciuti, ma che hanno vissuto il loro tempo nella luce e nella forza del Vangelo, e hanno trovato la risposta: come vivere, che cosa devo fare per vivere.

 

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