L’IO DIVISO

Androgino

la Grazia di Dio è tutto, la libertà dell’uomo è il peccato (S. Agostino)

(Da: “La colonna e il fondamento della verità”, Edizioni Paoline 2010)

Desiderando solo sè stessa nel proprio hic et nunc, la cattiva autoaffermazione si isola in maniera inospitale da tutto ciò che non è sè stessa e, aspirando all’autodivinizzazione, non resta simile nemmeno a se stessa, si frantuma, si decompone e si polverizza nella lotta interiore. Il male è, per natura sua, «regno diviso contro se stesso». Platone già espresse con profondità di pensiero questo frazionamento delle attività del male sotto il velo trasparente dell’ «androginia».
«Un tempo la nostra natura – dice pressappoco l’Aristofane platonico – non era affatto come adesso. Un tempo esisteva ancora l’androgino, un essere composto dei due sessi attuali che era un’unica persona. Gli androgini erano forti, possenti e, inebriati della propria potenza, si insuperbirono “osarono levar la mano contro gli dèi, vollero costruirsi un accesso al cielo per assalirli. Allora Zeus e gli abitanti dei cieli decisero di indebolirli, di tagliare ciascuno a metà in modo che dovessero andare su due gambe e non più su quattro. Disse Zeus: “Se vedo che anche così non si piegano e non vogliono calmarsi, li taglierò ancora a metà e saranno costretti a saltellare su una gamba sola”». Fin qui Platone: aggiungerò soltanto che per lui l’amore è proprio la tendenza istintiva degli amanti a riunire ciò che è separato. [….]
Sarebbe una leggerezza vedere nel mito una semplice favola inventata da Platone. Esso è certamente l’ elaborazione artistica di un arcaico mito popolare di cui troviamo somiglianze anche presso altri popoli. Lo Zand Avesta nel libro del Bundeged racconta che, dal seme di Gayòmart, il celeste toro primigenio (Vita), sparso sulla terra, nacque oruere (= arbor o arvor, l’albero, ma anche «vita» e «anima») il quale, cresciuto, unisce la terra con il principio celeste. Dall’ albero nacque Meshià, il maschio-femmina, l’uomo-donna, quindi Meshià si divise nel corpo maschile (Meshià), e nel corpo femminile (Meshiane), la prima coppia umana.
Certi fili misteriosi connettono in certo modo il nucleo ideale di queste narrazioni con quella del libro della Genesi: «Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo … “. Iddio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, Egli li creò uomo e donna» (Gen 1,26-27). Mistici di varie tendenze vi videro non di rado un accenno alla complessità primordiale dell’essere umano, addirittura all’ androginismo primordiale, e ritennero che la differenziazione sessuale fosse una conseguenza del peccato metafisico. Già la setta gnostica degli ofiti riteneva «uomo-donna» il primo uomo; più tardi pensarono la medesima cosa i seguaci della CabbaIa, quasi tutti i pensatori mistici come Jakob Bohme, SaintMartin, Friedrich Baader, gli attuali occultisti, ecc. Rifacendomi a loro, non intendo naturalmente dimostrare la necessità dell’interpretazione androgina della Genesi, bensì quanto sia diffusa la convinzione che l’uomo in origine fosse più integro di adesso e che solo la sua autoaffermazione fu la causa del frazionamento.
L’autoaffermazione della personalità, la sua contrapposizione a Dio è la fonte della frantumazione, della decomposizione della persona, dell’impoverirsi della sua vita interiore; solo l’amore riporta fino a un certo punto la persona all’unità. Ma se una persona, già parzialmente decomposta, non si dà pace e vuole essere dio (“come dèi”) diventa inevitabilmente vittima di frazionamenti e decomposizioni semmpre più incoercibili e reiterati. Questo è il significato ontologico del mito. E noi non vediamo forse davanti ai nostri occhi (sotto il magniloquente pretesto della «differenziazione» e della «specializzazione», o con la brama manifesta del disordine e dell’anarchia) come si frazionino e decompongano sino ai precordi la società e le persone che vogliono vivere senza Dio, e regolarsi senza di Lui, autodefinirsi contro di Lui? La follia, questo disintegrarsi della personalità, non è essenzialmente una conseguenza della profonda deformazione spirituale di tutta la nostra vita? La nevrastenia in continuo aumento e le altre malattie «nervose» non hanno forse la loro vera causa nella tendenza dell’umanità e delle persone a vivere a loro modo, non secondo Dio, a vivere senza la legge di Dio, nell’anomia? Negare Dio ha sempre portato e porta all’insipienza, perché Dio è la radice della sapienza. Chi «proclama in cuor suo», cioè non a parole, ma con la sua anima e con tutto il suo essere: “Dio non c’è”, è uno stolto, (Sal 13,1; 52,2). Così afferma perché la negazione essenziale di Dio e la stoltezza sono la stessa cosa, sono fuse e inseparabili, come hanno scritto Tolstoji e Dostoevskij.

La personalità senza amore (e prima di tutto è necessario l’amore di Dio) si disintegra nella frammentarietà degli elementi e dei momenti psichici. L’amore di Dio è il nesso della personalità e per questo preghiamo: «Col tuo amore lega me, o Sposa inconiugata», sì, légami perché altrimenti mi disintegro e divento proprio quel «complesso di stati psichici» che è riconosciuto unicamente dalla «psicologia scientifica», da questa «psicologia senz’anima». «Signore, Tu sei la mia fortezza, Tu sei la mia forza!», esclama l’anima che ha capito la propria impotenza e instabilità.
Il peccato è il momento del disordine, della decomposizione e della rovina della vita spirituale. L’anima perde la propria unità sostanziale, la coscienza della propria natura creatrice, e si perde nella bufera caotica dei suoi stessi umori cessando di esserne la sostanza e l’essenza. L’Io affoga nel «torrente mortale» delle passioni. Non a caso il sorriso enigmatico e tentatore dei volti di Leonardo da Vinci, che esprimono scetticismo, allontanamento da Dio e la pervicacia dell’uomo che dice «io so», è in realtà il sorriso della confusione della perdizione. Questi volti hanno perso se stessi e lo si vede particolarmente chiaro nella «Gioconda». In sostanza è il sorriso del peccato, della tentazione e della seduzione. Il sorriso prostituito e depravato che non esprime nulla di fausto (proprio in questo sta la sua enigmaticità), tranne che un certo turbamento, una certa confusione interiore dello spirito e l’impenitenza. Nel peccato l’anima sfugge a se stessa e si perde; non a caso per caratterizzare l’ultimo grado della caduta morale di una donna si dice che è «perduta». Senza dubbio, oltre «alle donne perdute», cioè che hanno perso in sé medesime la creatività vitale che è somigliante a Dio, vi sono «uomini perduti». L’anima peccatrice è «un’ anima perduta» per gli altri e per se stessa, perché non ha saputo riguardarsi. La psicologia contemporanea continua ad asserire di non conoscere l’anima come sostanza, ma così non fa che rivelare la situazione morale degli psicologi che in gran parte sono, a quanto pare, «uomini perduti». In questo caso, effettivamente non «io faccio», ma «si fa di me», non «io vivo», ma «mi succede».
A misura che nella coscienza si spengono la creatività, l’attività e la libertà, processi meccanici nell’organismo fanno retrocedere la personalità, la quale investe il mondo circostante, proiettando all’esterno le conseguenze della propria debolezza. Siccome sobrietà e alacrità sono condizioni di vita della persona, ogni ebbrezza e sonnolenza contribuisce ad allentare la concentrazione dello spirito. Quando si vorrebbe dormire, quando si è assonnati, dimenticando di «cacciare la tristezza del sonno peccatore con cuore sveglio, con cuore alacre e mente alacre», e tanto più in stato di ebbrezza sotto l’azione dei narcotici, si affacciano da sé le parole di significato passivo. «La terra è fatta scivolare», dice un bambino di tre anni che conosco parlando del marciapiede reso sdrucciolevole dalla neve calpestata; «le parole si dicono» e «vogliono dirsi»; «non sono io che le dico, ma sono loro che vogliono dirsi»; «le pareti si muovono» quando ti appoggi ad esse; le cose «non vogliono» star ferme in mano, e sfuggono e corrono via da sé; i liquidi si spargono; perfino le singole parti del corpo proclamano la propria «autonomia» e indipendenza; tutto l’organismo corporale e animale si trasforma da strumento ordinato e organo della persona in una colonia casuale, in un coacervo di meccanismi sconnessi e autonomi. In una parola, tutto in me e fuori di me è libero, eccetto io stesso.

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