L’INQUISITORE TORQUEMADA E SAN FRANCESCO DI PAOLA

Torquemada è un dramma in versi di Victor Hugo, diviso in due parti e in quattro atti, dove viene messo in luce l’orrore per il fanatismo religioso, fornendo possenti contrasti […]

Torquemada è un dramma in versi di Victor Hugo, diviso in due parti e in quattro atti, dove viene messo in luce l’orrore per il fanatismo religioso, fornendo possenti contrasti e suscitando, con poetiche immagini, forti emozioni.

Nell’atto II, la scena si svolge nell’Italia del XV secolo, presso una grotta eremitica, e vede tre protagonisti d’eccezione: Tomàs de Torquemada, appartenente all’ordine domenicano, Francesco di Paola, fondatore della Congregazione degli eremiti di San Francesco, che fu chiamata poi ordine dei Minimi, e Alessandro VI Borgia. [….] 

Torquemada (1420-1498) parte dal principio dell’innata malvagità umana e perseguita, perciò, la rilassatezza dei costumi; Francesco di Paola vive nell’osservanza di una regola che impone doveri spirituali di preghiera, di penitenza quaresimale e di eccessive discipline e mortificazioni corporali. Torquemada è l’inquisitore generale, che al servizio dei Re cattolici, vale a dire sotto il vessillo dell’unificazione cristiana della Spagna, perseguita eretici ed ebrei. Di lui lo storico Juan Antonio Llorente ha tracciato un raccapricciante ritratto: fece morire, durante il suo mandato, 10.280 vittime fra le fiamme, “oltre a 6.860 che fece bruciare in effigie perché latitanti o già decedute; altre 27.321 persone furono punite con l’infamia, la confisca dei beni, il carcere perpetuo o l’esclusione da ogni carica e ufficio”. In conclusione, rovinò per sempre 114.401 famiglie. Le suddette critiche senza appello sono state respinte dallo storico inglese Wals, il quale ha sottolineato che quando venne aperto il sepolcro di Torquemada, per traslarne i resti, la gente si mise a pregare davanti a quella tomba da cui proveniva un profumo dolce e piacevole: “Torquemada era un pacifico dotto che abbandonò il chiostro per espletare un incarico sgradevole ma necessario, cosa che fece con spirito di giustizia temperato da pietà e sempre con grande abilità e prudenza; insieme con il re Ferdinando (il Cattolico) e la regina Isabella (e a Cristoforo Colombo), fu l’uomo che più efficacemente contribuì alla grandezza della Spagna dell’epoca del siglo de Oro. Secondo alcuni fu qualcosa di più di tutto questo: un santo”.

Francesco di Paola (1416-1507) è il vero santo, che vive asceticamente nella solitudine della foresta (anche quando si trova nel castello di Plessis, alla corte di Francia), pregando e contemplando il miracolo della natura; davanti al teschio medita sulla caducità e sullo scorrere del tempo, che implicano il memento mori.

Il papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia (1431-1503), è il “cacciatore” che ha una concezione materialistica dell’esistenza: concepisce la nascita dell’uomo dovuta al caso, per cui bisogna vivere esclusivamente per godere.

Delineando con veemenza opposte e inconciliabili concezioni di vita, il drammaturgo francese esalta la carità e il perdono come virtù fondamentali nella vita penitente di Francesco di Paola, che rinnega la gloria umana e ricerca ad ogni passo l’amore di Dio; condanna la spietata crudeltà di Torquemada e la spregiudicatezza di Alessandro VI Borgia, cacciatore di donne e di intrighi, simbolo di corruzione e di vita scandalosa, che macchiarono il suo pontificato. (tratto dal sito http://ospitiweb.indire.it)

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