Come vivere la Quaresima

Prima meditazione La Quaresima è il tempo più sacro dell’anno. È molto importante il trovarci insieme proprio in questo tempo santo, per capire meglio che cosa il Signore ci chiede, […]

quaresimaPrima meditazione

La Quaresima è il tempo più sacro dell’anno. È molto importante il trovarci insieme proprio in questo tempo santo, per capire meglio che cosa il Signore ci chiede, che cosa Egli vuole da noi. Sarebbe imperdonabile leggerezza il non fare argomento di questo ritiro la Quaresima che è un tempo di rinnovamento spirituale, di preparazione alla Pasqua.
Che cose dunque ci chiede? Evidentemente noi non possiamo rinnovarci nel nostro spirito che in un incontro nuovo con Dio. È sempre il contatto con Dio che rinnova l’anima, è sempre il contatto con Dio che dona all’anima una nuova freschezza, una nuova forza morale per poter rispondere all’esigenza della sua santità. Ore questo incontro con Dio come può avvenire? Come deve avvenire per noi?
La prima cosa che s’impone è una certa attenzione: Dio si comunica all’uomo, Dio ci parla. È impossibile che l’anima possa accogliere Dio se non vive questa attenzione alla sua presenza. Ricordatevi sempre che l’esercizio fondamentale della vita spirituale è l’esercizio della presenza di Dio. Importa poco leggere la Sacra Scrittura, leggere i documenti dei Vescovi, se, prima di tutto, non vi è in noi questo spirito di fede, per il quale l’anima si pone di fronte al Dio vivente. Ci vuole questo raccoglimento intimo, questa attenzione pura nella fede, di fronte a un Dio che ci parla. Non è la Bibbia, non è il libro della Bibbia; fintanto che leggete il libro della Bibbia non incontrate Dio. La Bibbia è un mezzo per incontraci con Dio, con il Dio vivente. La Bibbia la può leggere, la può studiare anche uno che non crede, sia sul piano filologico, sia sul piano letterario, sia sul piano etnologico per comprendere quali erano i costumi del tempo, per sapere un poco quali erano i sentimenti e i pensieri del popolo giudaico; ma non è questo che ci fa incontrare con Dio.
La prima cosa che si impone è che il libro ritorni ad essere il sacramento di una presenza viva! Dio ci parla: per parlarci bisogna che sia vivo, perché un libro non parla, si legge. Ma, se voi ascoltaste Dio, questo Dio dev’essere il Dio vivente. Noi cristiani non avviciniamo la Bibbia come uno qualunque che legga un libro. Noi attraverso le lettura del libro, ci mettiamo nelle presenza stessa di Dio. Questo vivere nella presenza di Dio è l’esercizio fondamentale di ogni vita religiosa. Naturalmente a questo richiamo alla divina presenza la Bibbia è aiuto efficace. Sappiamo che è Parola ispirata, che è Parola di Dio, perciò, siccome Dio non è morto, ma vivo, noi nel leggere la Divina Scrittura, se lo facciamo con fede, non siamo di fronte ad un libro, ma siamo di fronte a Lui. Allora, la prima cosa che s’impone è questa attenzione nella fede, questo raccoglimento vivo nella fede, di fronte al Signore.
Noi sappiamo che Dio è sempre presente: l’abbiamo imparato col Catechismo: in cielo, in terra e in ogni luogo. Non vi è luogo dunque che ci sottrae al Signore. Viviamo nelle nostre case: facciamo da mangiare, Dio è lì. Siamo nel negozio, Dio è lì. Siamo nell’ambulatorio, Dio è lì. Viviamo il rapporto coi nostri figli, Dio è uno fra noi. Viviamo il rapporto con la nostra moglie, col nostro marito, Dio è lì. Non c’è luogo, non c’è tempo, non c’è rapporto umano che non implichi la presenza divina. Se noi viviamo quest’esercizio della presenza, tutta la vita si trasforma, tutta la vita si trasfigura: tutta la vita diviene una comunione con Lui. E noi dobbiamo vivere questa comunione con Lui: ecco la prima cosa che s’impone.
Certo noi che siamo così poveri cristiani, abbiamo bisogno del libro della Bibbia. I santi non avevano più bisogno, nemmeno di questo. Sapete che cosa diceva il Beato Guglielmo di San Teodorico, diceva che un monaco faceva peccato se andava in chiesa quando doveva stare in cella, perché ognuno di noi deve trovare Dio, là dove Dio vuole che l’anima sia. Se una donna lascia il suo marito per andare in chiesa, non fa il suo dovere in famiglia, non trova Dio in chiesa, lo perde. Noi si trova Dio là dove Egli ci vuole; perché, là dove Egli ci vuole, là Egli è. È una chiesa la nostra casa, diventa una chiesa anche la strada. Lo sapevi? Non hai bisogno di andare nemmeno in chiesa, nella strada ove cammini, devi incontrarti con Dio. Nel rapporto con gli alunni, nel rapporto coi figli trovate Dio. Tutto questo implica raccoglimento nella fede, implica attenzione di fede alla Divina Presenza. È, dicevo, l’esercizio fondamentale; certo, siamo così superficiali che ce ne dimentichiamo. A me avviene qualche volta di distrarmi anche in chiesa; figuriamoci per la strada. Anche tu ti distrai per la strada? No, noi dobbiamo richiamarci continuamente a questa Presenza. Siamo deboli creature, siamo delle creature fragili, siamo superficiali anche con il nostro Dio; dobbiamo conoscerlo! Di noi probabilmente nessuno sarà canonizzato! Beh, anche se non siamo delle anime grandi, dobbiamo continuamente richiamarci a questa Presenza.
Dobbiamo cercare di trasformare tutta la vita in una continua preghiera, che è quello che vuole d’altra parte Nostro Signore e che ha detto anche San Paolo nella Lettera ai Tessalonicesi: “Dobbiamo sempre pregare”; ma come si fa? Parlare, dire sempre l’Ave Maria e il Padre nostro? No, la cosa importante è che la vostra anima rimanga davanti a Lui. Tante volte noi si moltiplica le nostre formule di preghiera e la nostra mente chissà dove va. Quanto più noi moltiplichiamo le nostre formule, tanto più è facile distrarci.
La cosa importante è, prima di tutto, questo raccoglimento interiore. Io vi chiedo, se volete vivere questo tempo di Quaresima come il tempo di rinnovamento spirituale, che vi impegnate più seriamente, che ci impegniamo più seriamente e vivere in questa Presenza.
Che cosa fanno i santi nel cielo? Fanno nulla, guardano, vivono nella visione. Che cosa deve fare il cristiano quaggiù? Non deve fare nulla, deve rimanere nella Presenza di Dio. Questo è l’esercizio fondamentale. Non ci è chiesto di moltiplicar le nostre opere. Guardate che molto spesso noi, per il fatto di voler far tante cose buone, rischiamo di compromettere il nostro cammino spirituale. Dio non ci chiede di far tante cose, ci chiede di vivere in questa Presenza. Moltiplicare le nostre opere è come moltiplicare tante formule di preghiera. In fondo l’anima nostra rimane distratta, viene portata via dalle cose e non vive più una sua comunione con Dio.
Non è nella moltiplicazione delle opere buone che consiste la santità, ma nell’intensità della nostra unione con Lui; nella profondità di questa nostra unione con Lui; nel fatto che la realtà divina si imponga così al nostro spirito da sentire meno guade questo mondo! Che cosa diceva Santa Teresa nella sua autobiografia ed anche nelle Esclamazioni? Diceva: Mi sembra che tutta la vita sia come un sogno! Le vera vita, la vera realtà è Lui solo.
Che cosa è più reale per te? Merano o il Signore? Forse, forse Merano. Credo di sì. Perché è così: le realtà del mondo fisico si impone ai nostri sensi, così che, questo mondo, molto spesso diviene non tanto un mezzo di comunione con Dio, quanto una continua distrazione da Lui. Dobbiamo fare in modo che veramente nella nostra vita questo Dio si imponga sempre più al nostro spirito in modo che veramente, tutta la nostra vita s’identifichi a questo rapporto, a questa comunione con Lui. Nel negozio, Lui! ed è difficile, non dico che sia tutto facile, proprio perché non siamo dei santi. Non esser dei santi, cosa vuol dire? Vuol dire che noi siamo troppo passivi nei confronti delle cose, subiamo l’influenza delle cose. Quando è freddo sentiamo che è freddo, quando è caldo sentiamo che è caldo. Anche a te fa questo effetto? Sei con delle persone antipatiche ed in te nasce una reazione diversa dalla reazione che provi nei confronti di persone che sono simpatiche. È così, subiamo le azioni degli altri. Dobbiamo invece liberarci da tutte queste passività, per mantenerci davanti al Signore.
Se gli antichi Padri del Deserto dicevano che la santità consiste nella “impassibilità” volevano insegnare questo: non subire l’azione. Sapete, 150 anni fa moriva nel centro della Russia, San Serafino di Sarov. Ebbene, con un freddo di 50° sotto zero, vestiva soltanto con un tonacone di lino e non aveva minimamente freddo; guardate che i santi, attraverso questa comunione con Dio, rimangono liberi da ogni passività: non solo sul piano spirituale, ma anche sul piano fisico. Vedete, ci sono dei santi che non sentono più la fame, non mangiano più. Tu mangi tutti i giorni? San Nicola de Flue per 23 anni non ha più né mangiato, né bevuto. Dicono: sono cose miracolose. No, non è vero! Attenti. Non dico che lo potete fare anche voi, ma è vero questo: che, nella misura che vivremo per Dio, noi acquisteremo sempre più la capacità non di essere passivi nei confronti delle cose, me di essere attivi. Questa attività in che consiste? Che cosa vuol dire? Per noi non vuol dire non mangiare, non dormire. Non arriviamo a questo. Non ci sono arrivati nemmeno tutti i santi. Non vuol dire per noi non sentire il freddo. Non ci sono arrivati nemmeno tutti i santi. Qualche santo si, non tutti. Per noi vuol dire non subire le passioni, ma dominare le nostre passioni. Il freddo e il caldo non sono passioni dell’anima; sono passioni del corpo e il corpo rimane soggetto alla fame, e al freddo, soggetto al caldo, non sempre, anche qui non sempre. Non sempre, perché il santo veramente deve vivere la vita divina. Dio subisce nessuna azione da parte degli altri, è Lui che ha Dio. Così il santo, tanto che, nella teologia orientale, il miracolo diviene l’atto proprio del santo, perché non subisce le cose, ma è lui che fa la legge. Allora ecco, quello che egli vuole, si compie. Non può volere delle cose cervellotiche, evidentemente la volontà del santo aderisce pienamente alla volontà di Dio che è una volontà santa, ma, secondo gli orientali, il miracolo è l’atto ordinario e comune di colui che, libero ormai da ogni soggezione alle leggi esteriori a lui, domina il mondo. Quando Dio ci ha creato, ci ha creato per essere re del creato non esserne soggetti.
Diceva San Serafino di Sarov: “Com’è possibile, se io mi getto nel fuoco, che io debba bruciare? Se io non lo voglio, perché il fuoco deve avere potere su di me?”.
Non sei re? che re tu sei? Re di paglia, se di fatto tutte le cose hanno un potere su di te. In realtà, tutto questo è dipeso dal peccato dell’uomo. Il peccato dell’uomo lo ha reso schiavo degli elementi del mondo, come dice San Paolo nella Lettera ai Romani. Ma secondo la sua vocazione divina, data da Dio al momento della creazione dell’uomo, l’uomo era colui che doveva dominare: dominare, non soltanto se stesso; ma il mondo. Gli animali gli dovevano essere soggetti, invece, se tu giochi con un leone, prima o dopo ti sbrana. È così, oggi siamo divenuti schiavi in forza del peccato. Se l’uomo si redime dal peccato, ritorna ad essere re. Io non vi chiedo questo potere sulle cose esterne e nemmeno sul vostro corpo, perché il vostro corpo rimarrà soggetto alle malattie, soggetto al freddo, alla fame. Però un potere sulla nostra anima dobbiamo riacquistarlo? L’impassibilità non riguarda il corpo, normalmente, nemmeno per i santi, riguarda sempre le passioni dell’anima. Se tu sei dominato dall’ira, dalla sensualità, dall’orgoglio, non puoi certamente vivere un tuo cammino di perfezione. Il cammino di perfezione implica la nostra libertà interiore da tutti i poteri che possono avere le passioni sopra di noi. Bisogna riacquistare una certa libertà interiore, per poter vivere l’attenzione a Dio e la disponibilità alla sua grazia.
È un cammino lungo anche questo, un cammino difficile, anche questo. Non crediamo di esser liberi! Qualche volta noi abbiamo un momento di impazienza! Ecco, l’impazienza che cos’è? È l’esser dominati dall’ira, più o meno. Dobbiamo essere noi a dominare le nostre passioni, la nostra anima. Invece queste passioni dominano noi e ci fanno cadere in momenti d’impazienza, di stanchezza, di noia, di disgusto, di una sensibilità morbosa: tutto questo è purtroppo quello che noi viviamo. La prima cosa che s’impone per noi, proprio per vivere questa liberazione dalle nostre passioni, questa capacità di dominare noi stessi è precisamente il contatto con Dio, il vivere questa continua comunione con Lui, vuol dire partecipare alla sua medesima vita.
Dio è Colui che domina tutto e Lui da nessuna cosa è dominato. Se noi viviamo la nostra unione con Dio, acquistiamo questo senso di dominio di noi stessi, che si esprime come sapete da tutta la spiritualità occidentale e orientale, nella pace dell’anima: una grande pece, una grande serenità. Non è così? Se tu vivi nella divina Presenza, acquisti questo tono abituale dello spirito che ha trovato la sua pace, che è stabilito nella pace, che non si lascia turbare da movimenti irrazionali di sensualità o di ambizione, di irritazione, di qualsiasi passione.
Vivere nelle pace. Se tu vivi nella pace, in questo raccoglimento, se vuoi vivere la Quaresima, s’impone che tu accolga Dio che ti parla.
“Dio, dice l’Apostolo Giovanni, è Amore. Che cos’è l’Amore? È anche questa una passione, ma è la passione di Colui che si dona! Dio è in atto continuo di donarsi, se è Amore non può rifiutarsi di comunicarsi. Si comunica totalmente, infinitamente nelle Persone divine: il Padre tutto al Figlio, il Figlio tutto al Padre nell’unità dello Spirito Santo. Ma, una volta che Egli ci ha creato, Egli è perfetto dono di Sé a ciascuno di noi. Se viviamo questo raccoglimento, se non ci lasciamo turbare dalle passioni che ci distraggono, che ci impediscono di vivere questo contatto con Dio, noi diveniamo un’anima aperta, un’anima che accoglie il dono di Dio.
Come Dio si dona a noi? Prima di tutto si dona nella Parola. Perché si dona nella Parola? Perché nella parola e non precisamente nel suo essere stesso Amore? Dio non si può comunicare a noi che in quanto esige da noi la nostra trasformazione in Lui. Ora tutto questo non può avvenire che se Dio si fa Parola che è legge, si fa Parola che ci chiede, si fa Parola che in noi dev’essere incarnata; deve incarnarsi in noi. Tu nell’aprirti a Dio accogli l’esigenza divina che ti vuole simile a Lui. La Parola di Dio è sempre una legge che t’impone l’imitazione di Lui, che t’impone la tua trasformazione in Lui. Ed ecco che cosa è l’ascolto della Parola divina. Noi leggiamo la Bibbia, dobbiamo leggere la Bibbia. Guardate di non leggere troppo perché se no diventa insegnamento. E questo è un pericolo. Com’è un pericolo moltiplicare le formule di preghiera, così è un pericolo leggere tante cose: la lettura diviene lettura di parole, di concetti, non è più un entrare in comunione con una persona vivente. Tu quando eri innamorata, potevi parlare parecchio col tuo fidanzato e lui con te. Dopo non c’è più bisogno di tante parole. Vediamo un pochino, quante ore parli tu con tuo marito? Tre ore al giorno? No, perché ti verrebbe a noia e così a lui… Cosi è di Dio che deve parlare a noi. Noi non abbiamo nemmeno la possibilità di accogliere tante parole, se queste parole devono incarnarsi in noi! Altrimenti la lettura diviene curiosità e questo è un grave errore. Non leggete tutto. Non dovete leggere tutti i discorsi del Papa, tutti i discorsi dei Vescovi. Lasciate. Alle volte può bastare soltanto mezza pagina e forse è anche troppo, se si vuol vivere veramente. La cosa importante è che l’anima rimanga veramente nella Presenza di un Dio che non c’insegna, non ci dà insegnamenti, perché Dio non è tanto uno che insegna una dottrina, è uno che comunica Se stesso.
Diceva San Giovanni della Croce: “Dio dice una sola parola, la dice in un infinito silenzio; l’anima che vuol ascoltare Dio e accogliere questa parola, deve entrare in questo silenzio, per accogliere questa Parola”. Ma che cos’è quest’unica Parola? è il Verbo di Dio, è il Cristo.
Ascoltare la Parola di Dio vuol dire accogliere in noi la Parola che in noi deve incarnarsi. Non c’è ascolto della Parola divina che non ripeta, come lontano però, lontanamente, l’atto della Vergine che accoglie la parola dell’angelo. Ma quando la Madonna accoglie la parola dell’angelo, che cosa avviene? La Vergine diviene Madre di Dio. Così avviene perché non è parola di Dio quelle parola che non è creatrice.
Sapete qual è la differenza tra la parola dell’uomo e quella di Dio? È semplicissimo. Io dico: “Questo è un tavolino” Beh, c’era anche prima che lo dicessi, vero? La parola dell’uomo è dichiarativa, dice le cose che sono. Sarebbe una parola vera se dicessi: “Questo qui è un mappamondo?” Per essere vera la parola deve dichiarare quello che è. Dio non dichiara nulla, altrimenti Dio dipenderebbe dalle cose. Ma Dio dice e le cose sono.”Dixit et facta sunt”. Dice: “Sia fatta la luce” e la luce fu. Se dunque Dio ti parla, la Parola in te si fa carne. Quante volte hai letto la Bibbia! Sei diventata già come Cristo? Sei diventata una sola cosa con Cristo? Perché in noi questa Parola non opera? Perché molto spesso noi non l’accogliamo come Parola di Dio. In noi è sempre povera la fede con la quale ci mettiamo in ascolto di Dio, in ascolto della sua Parola.
Vivere la vita spirituale vuol dire mantenerci in una dipendenza dalla Parola divina; ma dalla Parola divina, cioè da una Parola che è veramente creatrice, da una Parola che veramente suscita in noi la vita e dona a noi il potere di trasformarci in quello che Egli ci dice.
Allora, la prima cosa che si impone in queste Quaresima, è vivere quel raccoglimento, quello spirito di fede che ci metta nella condizione dell”‘ascolto”. Non crediamo che la Bibbia si possa leggere senza nessuna preparazione, senza che preceda questa fede nella divina presenza. Sarà fruttuosa la lettura della Bibbia o la lettura anche dei documenti dei Vescovi o del Papa quando tu vivrai, prima di tutto, questa attenzione a Dio. Perché fintanto che è Carlo Wojtila quello che mi parla, è un pover uomo come me; bisogna che io, attraverso di lui giunga veramente a riconoscere che è il Cristo che mi parla attraverso di lui. Dunque io debbo vivere, anche alla presenza del Vescovo, alla presenza del Papa un mio incontro con Dio. Il Papa è sacramento del Cristo, se non è sacramento del Cristo, non m’importa di lui. Io se lo amo, se lo venero, se debbo obbedirgli, se debbo ascoltarlo è perché per me è il Cristo che parla. Allora, quando ascolto una sua parola o leggo un suo discorso prima di tutto devo mettermi in quello spirito di fede che mi fa trascendere il concetto mentale, l’espressione linguistica nella quale egli ha tradotto la parola divina, bisogna che trascenda il linguaggio umano che è proprio di lui perché il suo linguaggio umano non è quello di Nostro Signore. Altrimenti Nostro Signore cambia stile ad ogni pontificato, cambia intelligenza Nostro Signore, cambia il suo linguaggio! Bisogna trascendere come si trascende nella Bibbia. Tu conosci la Bibbia? C’è un po’ di differenza per esempio fra Isaia e Geremia, fra Geremia ed il Libro di Qoelet? Eh, quanta differenza! Come fa ad esser il medesimo Dio che parla? Certo debbo trascendere l’autore umano che mi parla, perché il linguaggio, come è tale, è il linguaggio di un certo autore; poteva scriver bene, poteva scriver male, poteva esser un grande poeta come Isaia o poteva esser uno scrittore noioso, come quello che ha scritto il Libro dei Numeri. Non vi sembra? È evidente. Bisogna trascendere tutto questo, perché se no non si arriva. Come non si arriva a Dio, se ci si ferma all’umanità stessa di Gesù. Quanti sono che hanno riconosciuto in Cristo-Uomo il Figlio di Dio? Quasi nessuno durante la sua vita. E così è per noi.
Tante volte noi crediamo di metterci in comunione con Dio leggendo la Bibbia, tante volte si legge una pagina così noiosa, che ci vuole forza d’animo per arrivare in fondo. Tutte quelle genealogie, si saltano, no, qualche volta; succede anche a me!
È così, dobbiamo trascendere il segno per giungere a Dio. Il segno è necessario, ma non è mai Dio, nemmeno nell’Eucarestia; mica Nostro Signore è bianco e pesa soltanto tre milligrammi, ti sembra? Ecco, bisogna trascendere il segno per giungere a Cristo. È sempre così: Dio è l’ineffabile, ma tu lo raggiungi soltanto nella fede pura. Allora ascolto di Dio: ecco la cosa che s’impone in questa Quaresima, perché Dio si comunica a noi, prima di tutto nella Parola. Come giustamente mi diceva Vittorio, non è assolutamente vero che Dio ci parla solo attraverso la Bibbia. Se Dio è ovunque, non è ovunque soltanto come un essere impersonale, come il divino della natura, no! Non è lo spirito impersonale dei filosofi idealisti. Dio è una persona viva e allora che cosa ne viene? che sempre Egli parla, anche quando guardi con questi due occhi è il Dio vivente che perla. Tu sei sempre davanti a un Dio personale.
La rivelazione cosmica ci da piuttosto il senso del Mistero che il senso di un Dio personale, è vero. Perciò, le religioni – per esempio quelle asiatiche – creano uno stato di animo di pace, ma non stabiliscono un rapporto. Per noi non è così. Quello che distingue la religione cristiana, nei confronti della spiritualità e dell’esperienza religiosa propria dell’Asia, è precisamente questo. Per noi Dio non è più soltanto il divino della natura. Può essere che uno spettacolo della natura mi raccolga, mi dia il senso del Mistero. Se voglio vivere la mia vita cristiana, bisogna che io attraverso anche il segno dei monti o della neve, giunga a Lui, al contatto con il Dio vivente, con il Dio che è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
La vita cristiana è essenzialmente rapporto e, proprio perché è rapporto, uno degli esercizi fondamentali della vita cristiana dopo il raccoglimento interiore è l’ascolto della Parola.
Hai mai sentito parlare il tavolino? No. Hai mai sentito parlare le pietre? Nemmeno io. Il parlare è proprio l’atto non di un animale, di un animale spirituale che è l’uomo, cioè di un essere spirituale. Il gatto miagola; anche qui a Merano miagola il gatto. Il gatto miagola, il cane abbaia, ma non parla. La parola che veicola una vita spirituale è propria soltanto dell’uomo, perché l’uomo è un essere spirituale. Se Dio è persona vivente, Egli si comunica a noi precisamene nella Parola, nell’ascolto della Parola. Questo Dio che è presente ovunque – si è detto prima – ci parla attraverso tutte le cose. Ci parla attraverso la Bibbia: la meditazione della Parola di Dio è per noi importantissima, perché è quella che ci garantisce di più un contatto con Dio. Sappiamo che qui non possiamo dubitare di Dio: è Dio che ci parla. Dio ci parla, anche attraverso la parola dei Vescovi, del Papa, di più ci parla attraverso le parola del marito, della moglie. Hai mai sentito Dio nella parola della tua moglie? Senza dubbio direi di sì. È sempre così; attraverso ogni persona, attraverso ogni avvenimento, attraverso le cose bisogna mantenere questa attenzione a Dio che ci parla di persona, perché ognuno di noi è sacramento di Dio per l’altro. Noi non possiamo mai sottrarci a Dio, alla Presenza divina, perché Dio si è fatto così presente nel mondo che tutto è divenuto segno di Lui. Ogni avvenimento della nostra giornata, ogni rapporto con le persone, ogni lavoro che noi compiamo, ogni luogo ove noi siamo, Dio sempre; ascoltare Dio. Se si ascolta Dio attraverso tutte le cose, tutti gli avvenimenti, in ogni luogo, che cosa diviene la nostra vita? Un accogliere, continuamente Dio, una comunione con Lui.
Ieri l’altro parlavo a dei sacerdoti che celebravano il cinquantesimo di Ordinazione sacerdotale del loro Vescovo. E dicevo precisamente questo ai sacerdoti: noi possiamo fare soltanto due volte al giorno la Comunione sacramentale secondo il nuovo Codice; ma dobbiamo farla almeno; almeno 153725 volte ogni giorno! perché in ogni istante Dio si dona! Diceva, Suor Elisabetta della Trinità: “Ogni minuto del tempo vale il sangue di Cristo, perché ogni istante Dio si dona a noi”. Siamo noi che siamo distratti e non lo riceviamo. Siamo noi che viviamo così superficialmente, che non viviamo questo contatto con Dio. Noi dovremmo essere continuamente aperti ad accogliere questa parola che in noi si incarna ed è la comunione: comunione col Cristo che in Cristo ci trasforma. Comunione con Dio che è Parola che in noi si incarna. Ecco questo è l’ascolto della Parola.
Voi capite che cosa grande sarebbe le vita cristiana se noi vivessimo continuamente questo rapporto con l’Assoluto! rapporto con l’Infinito. Così vivevano i santi. Alcuni vivevano questo rapporto col mondo soprannaturale in modo più semplice; altri in modo più alto, secondo la vocazione di ciascuno. È bello rileggere, per esempio, nelle lettere di Santa Gemma Galgani, quando lei scrive a padre Stanislao e gli dice: “Sono qui che lavoro insieme all’angelo custode che mi aiuta e sbucciare le patate”. Voi vivete tutto questo? Non si tratta di vivere soltanto con Dio; ma con tutto il mondo soprannaturale che sempre ci circonda. Come noi, in quanto siamo un corpo fisico, non possiamo non vivere un rapporto col mondo fisico; perché, anche quando si dorme, siamo a letto; insomma il rapporto coi mondo ce l’abbiamo, perché si sta in questo mondo anche quando dormiamo. Si vede questo mondo, si tocca, attraverso i nostri sensi noi viviamo il rapporto con questo mondo. Così, essendo degli esseri spirituali, viviamo un contatto permanente, un rapporto continuo col mondo dello Spirito, che è il mondo degli angeli, che è il mondo anche del maligno, intendiamoci, ma che è anche il mondo di Dio. Noi dobbiamo sentire di esser sempre in un rapporto con questo mondo: un rapporto con gli angeli, un rapporto con Dio, ma soprattutto con Dio, perché è evidente che il nostro rapporto più intimo è con le persone che a noi sono più legate ora.
Con l’Incarnazione del Verbo, noi siamo divenuti fratelli di Cristo. Con l’Incarnazione del Verbo noi siamo divenuti delle membra del Cristo. È vero che ci sono anche gli angeli con noi; ma è più naturale per noi vivere un certo rapporto immediato con Nostro Signore. Ed è giusto che siamo più uniti a Lui, che a loro. Il legame con Dio, una volta che Dio si è incarnato, una volta che Dio si è fatto uno con noi, un fratello nostro; una volta che Lui è divenuto un solo corpo con noi, questo nostro legame col Cristo è un rapporto così intimo, che non possiamo uscirne mai. Egli vive in me, io in Lui , tutta la nostra vita dev’essere una comunione col Cristo, non soltanto una Comunione sacramentale. E, sul piano spirituale, può essere benissimo che in questo momento faccio una comunione con Lui, viva una comunione con Lui più profonda ancora di quella che vivo sacramentalmente, dipende dalla mia fede. Molto spesso son distratto e non avverto questo e non realizzo questo. Ma, pensate ai santi che vanno in estasi nel cogliere un fiore; come Santa Maria Maddalena de’ Pazzi. Pensate i santi che vivono una esperienza intima di comunione con Dio negli atti più comuni della loro vita!
Come è difficile vivere la nostra vita cristiana nel quotidiano, diceva dianzi Vittorio. La vita quotidiana è così monotona, che tutti i giorni si ripetete sempre la stessa! ci rende così superficiali, così vuoti; le cose non ci dicono più nulla, vero? A forza di farle, rifarle, ci vuole una certa novità per ridestare il nostro spirito. Qualche volta una rottura ci fa bene e ci è necessaria per le vita spirituale. Ecco perché vi dico: Dovete fare gli esercizi, dovete trovare il tempo! Dovete fare gli esercizi, perché? Gli esercizi vi portano via dal vostro ambiente ordinario. Esigono che si lasci la propria casa, che si viva un certo regolamento diverso. Tutto questo ci fa bene, perché siamo uomini. La monotonia è veramente qualche cosa che distrugge, ci rende superficiali, più vuoti. Dobbiamo – anche in questo caso – ravvivare la nostra fede perché di fatto il quotidiano deve trasformarci. Dio è sempre presente.
L’ascolto della Parole di Dio. L’ascolto suppone – dicevo – l’incarnazione. Questa Parola si deve incarnare in noi. Se s’incarna in noi, che cosa avviene? Che io divengo la Parola; io stesso divengo la Parola. Allora la nostra vita diviene “veramente preghiera”. Egli mi ha parlato e si è comunicato a me e io ora mi offro a Lui, mi comunico a Lui, divengo parola che aspira a Lui: una parola detta a Qualcuno. Ti avviene mai di parlare ai sassi? Tu parli a tua mamma, a Marsilia, anche a Mania Bonnè, qualche volta. Tu parli a delle persone che ti ascoltano. Così noi stessi, divenuti Parola, diveniamo puro rapporto a Dio; come Dio è rapporto a noi; così diveniamo rapporto a Lui.
Che cosa vuol dire vivere questa Quaresima? Non solo vivere l’ascolto della Parola di Dio, ma vivere anche la preghiera, l’aspirazione a Lui. Ho detto prima che non dovete tanto moltiplicare le vostre formule, ma dovete far in modo che la vostra aspirazione a Dio sia continua e viva.
Non avete bisogno di moltiplicare le parole. Tante volte, moltiplicando le parole, si vive meno intensamente l’atto del nostro dono a Dio. Anche nell’amore: tanto più è profondo, tanto più è silenzioso, tanto più tende al silenzio. Così è Dio: sentire che tutte la nostra vita è questo continuo trasporto che ci muove incontro a Lui. Siete stati mai fidanzati? Certamente, se no non sposavi. Quando eri fidanzato, eri come ossessionato dalla presenze di lei nella tua vita. Tutta la tua vita era naturalmente ordinata a colei che tu amavi e, lei che ti amava, era ordinata a te. L’amore ci ordina. Ebbene, noi una volta che abbiamo ascoltato Dio, diventiamo parola, aspirazione a Lui, trasporto di tutto l’essere a Lui; con tutte le nostre potenze tendiamo e Lui: nei nostri sentimenti interiori, nella nostra intelligenza che lo vuole conoscere, nella nostra volontà che lo ama, in tutto l’essere nostro che si eleva sempre più verso il Signore.
Noi dobbiamo vivere in questa Quaresima una preghiera più viva e continua. Non vi dico di moltiplicare le vostre preghiere, ma v i dico che una di più la potete fare. Guardate che non si tratta tanto di dire più preghiere, quanto di vivere più intensamente le preghiere che fate. I primi cristiani – secondo la Didachè – dicevano soltanto tre Pater Noster al giorno, ma li dicevano bene. Li dicevano come li diceva una bambina della diocesi di Orleans. Quando il Vescovo va in visita pastorale interroga anche i bambini della catechesi. Il vescovo di Orleans, in visita in un paesino, interroga una bambina, era una pastorella. Domanda: “Preghi tu? Quando preghi?”. La bambina cominciò a piangere, a singhiozzare. II Vescovo rimase un po’ turbato e voleva calmarla. “No, monsignore, non so più pregare, perché quando ho detto il Padre Nostro, non riesco a dir più nulla”. Basta questo. Non poteva dir nemmeno il Padre Nostro. Lo stesso Sant’Ignazio di Lojola, non riusciva e dir l’Ufficio! Non diceva nemmeno l’Ufficio, eppure era un santo.
Dobbiamo capire che s’impongono altre cose. Che cosa? le penitenza, la mortificazione, il digiuno. Che cosa sono questo digiuno, questa penitenza, questa mortificazione? è liberarci – dicevo prima – dalle passioni che ancora tiranneggiano le nostra anima e ci impediscono l’ascolto e la preghiera. Fintanto che noi siamo schiavi di noi stessi, schiavi delle nostre passioni, non siamo disponibili a Dio. Di qui l’importanza che ha il tempo della Quaresima per operare questo distacco. Ora, la penitenza, la mortificazione più grave, non è tanto la mortificazione corporale, quanto la mortificazione dello spirito. Che cosa chiedo allora, come mortificazione dello spirito? Non alimentate il vostro spirito di curiosità e di superficialità. Vi ho detto prima che non dovete moltiplicare le vostre opere, tanto meno moltiplicare tutto quello che fate per sottrarvi a questa Presenza. Letture frivole, televisione… è impossibile arrivare ad essere anime di preghiera, anime di ascolto, se perdete molto tempo nel guardare delle cose che hanno maggiore presa su di noi delle semplici letture. Le figure hanno maggiore efficacia d’imprimersi nella nostra fantasia, nella nostra immaginazione di quello che può essere una semplice lettura. Ecco allora che si vive soltanto di riflesso, quello che abbiamo immagazzinato con dei rapporti frivoli, con delle letture più o meno leggere, con lo stare alla televisione senza motivo. Dovete naturalmente conoscere quello che avviene nel mondo; ma, quando in questa Quaresima, voi aveste aperto le televisione per vedere il telegiornale, può bastare. Questo è il digiuno vero che il Signore vi chiede. Poi mangiate pure, ma non da andar a letto ammalati.
È molto meno importante il digiuno corporale del digiuno dello spirito. Diceva uno dei più grandi maestri della spiritualità italiana, Battista da Crema, che una delle cose che maggiormente danneggiano la vita spirituale è le curiosità, è lo spirito che divaga qua e là e non si raccoglie mai in Dio. Ora noi viviamo proprio questa curiosità. Spesso siamo portati via da questa curiosità che minaccia l’integrità e la unità nella nostra vita interiore. Per quanto riguarda il giornale, mi diceva ieri Valerio che non riusciva a leggere l’Avvenire. Meno male – pensavo – non deve mica leggere tutto il giornale, se no perde un monte di tempo, per che cosa? A me arrivano 2 giornali dal 1 gennaio al 31 dicembre non apro nemmeno l’Avvenire, lo butto subito nel cestino. Bisogna far l’abbonamento per sostenere la stampa cristiana. Però non leggo mai. Arriva l’Osservatore Romano, leggo i titoli, qualche volta un articolo dentro. Di più non so leggere, ecco. Non dico che faccio male o che faccio bene, dico che faccio così perché non riesco a leggere, non mi interessano certe cose. Certe notizie possono interessarmi e dovrebbero interessarmi, perché la lettura del giornale potrebbe essere veramente la lettura spirituale, se noi fossimo delle anime veramente spirituali. Di fronte e certe stragi, di fronte a certi avvenimenti, noi potremmo sentirci sollecitati ad una maggiore preghiera, ad una maggiore solidarietà con questo mondo di pena. Invece, spesso, è una lettura soltanto per il chilo, dopo mangiato quando si riposa. Non è che questa lettura ci solleciti di più a pregare o a vivere più intensamente la nostra carità verso il prossimo.
Allora, prima di tutto, vi raccomando il digiuno dello spirito. Non divagate, non cercate dei motivi per passare il tempo, come si dice. Oltre tutto il tempo passa lo stesso, perciò non si tratta di passare il tempo, ci pensa il tempo a passare. Voi invece, dovete mantenervi fermi davanti al Signore. Per quanto è possibile, raccogliete la vostra vita in questo ascolto di Dio. L’ascolto di Dio è la maggiore penitenza perché il nostro spirito, così superficiale e distratto, vorrebbe sempre qualche cosa di nuovo che lo arricchisca. In realtà invece non lo arricchisce: lo impoverisce.
Vi chiedo questo, come vorrei chiedere, a chi vi è abituato, il digiuno dal fumo, se potete. Se siete abituati a fumare, fumate un po’ di meno o addirittura smettete. Io di più non vi chiedo. Certo ci sono i digiuni; per esempio il venerdì di quaresima è obbligatoria l’astinenza. Mentre durante l’anno non è obbligatoria, in Quaresima è obbligatoria l’astinenza. Il digiuno: il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. Se volete far qualche cosa di più, fatelo. Io in questo cammino non entro: deve entrare il vostro direttore spirituale. Vi dico semplicemente però questo: che una vita spirituale vera implica sempre una certa mortificazione interiore ed anche esterna. Nella misura che noi non ci mortifichiamo non diveniamo padroni di noi stessi, ma siamo tiranneggiati di nuovo dalla gola per il mangiare, dalla sensibilità, dalla sensualità per quanto riguarda la nostra vita fisica, dalla nostra curiosità intellettuale, dalla nostra insaziabilità di sapere, sul piano della nostra vita spirituale. Mantenetevi sempre più raccolti nell’ascolto di Dio.
Ecco la mortificazione che vi chiedo, non basta. Come avete ascoltato nel primo giorno di Quaresima, il giorno delle Ceneri, sappiamo che gli esercizi fondamentali della vita spirituale sono non soltanto il contatto con Dio, il rapporto con Dio; non soltanto il rapporto con noi stessi nella mortificazione, ma anche il rapporto con gli altri.
Non vi è carità verso Dio, che non si incarni, che non si manifesti nell’amore del prossimo; che cosa vi chiedo a questo proposito? Prima di tutto una sensibilità nuova nei confronti dei vostri fratelli, dei lontani e dei vicini. Che cosa ha fatto Gesù? Quello che ha fatto Gesù lo deve fare anche il cristiano: Gesù ha preso sopra di Sé il peccato del mondo. Vi sentite voi responsabili del peccato dei vostri fratelli? o avete chiuso con loro? Tu sei comunista e io son democristiano. No, sei cristiano prima che essere democristiano, sei cristiano, non sei diviso da lui. Nostro Signore ha preso sopra di Sé il peccato di tutti: tu devi prendere sopra di te il peccato del mondo, in una solidarietà con tutti gli uomini che deve far pagare te per il peccato altrui. Accetta le mortificazioni della tua vita, accetta le pene inerenti alla tua condizione umana. Accetta tutto questo come prezzo che tu devi pagare, non solo per i tuoi peccati; ma per i peccati di tutti. Ognuno di noi deve col Cristo salvare il mondo. La salvezza del mondo è certo opera del Cristo; ma noi siamo una sola cosa con Lui, non possiamo separarci da Lui. Perciò quello che Lui ha compiuto, io debbo compierlo. Non lo compirò certamente con la perfezione con cui l’ha compiuto Lui, me tuttavia debbo sempre più imitarlo, cercare di identificarmi a Lui anche in questo compito di una universale salvezza. Universale salvezza che implica, prima di tutto l’amore per tutti.
Mi ricordo, lessi tanti anni fa, il racconto di un poeta che rappresentava l’ascesa al paradiso di un cristiano che era stato torturato e ucciso dai comunisti nel primo tempo della rivoluzione bolscevica. Il poeta presentava appunto questa ascesa al paradiso. Arriva alla porta del paradiso e si rifiuta di entrare. San Pietro, lo sollecita. No. Io aspetto Lenin perché voglio rispondere per lui, perché anche lui possa entrare con me.
Ci sentiamo noi impegnati a pregare per coloro che perseguitano la Chiesa? per quelli che hanno distrutto intere nazioni? Certo che non possono essere salvi se non sentono pentimento, ma è proprio questo che dobbiamo ottenere mediante la nostra preghiera; che essi sentano il peso del loro male. Se non prendono coscienza del male che hanno fatto, non possono nemmeno pentirsi e, senza il pentimento, non possono essere salvi. Noi dobbiamo ottenere questo per tutti! Chissà, forse noi cristiani pensiamo molto alla fame del Sahel, alla fame dell’Etiopia. Ci rendiamo noi conto della più grave situazione di tante persone che credono di avere in mano il governo del mondo e sono i più disgraziati degli uomini in procinto di una condanna eterna? Tante volte noi vediamo il male lì dove c’è il male minore! Se Dio tante volte ha permesso delle guerre, credete forse che l’abbia fatto per la distruzione del genere umano? Tante volte, proprio nella guerra, questi uomini lontani da Dio, si sono avvicinati a Lui e sono morti poi in grazia di Dio e ora sono nella luce di Dio. Forse non si sarebbero salvati, se non avessero avuto davanti la morte. Sarò paradossale, ma io credo davvero a questo. Si parla tanto della bomba atomica, ma la bomba atomica non fa tanto male, quanto ne ha fatto la legge dell’aborto! In Italia son 500.000 omicidi di bambini innocenti ogni anno. Non sono dei delinquenti quelli che vengono uccisi. Ci si rende conto di questo fatto? Che cos’è la bomba atomica in fondo? Molto meno… è che noi siamo poco cristiani, si giudicano le cose con l’occhio umano, non con l’occhio di Dio. Se giudicassimo con l’occhio di Dio, noi vedremmo che questo male è più grave di quello.
Chiunque abbia più di vent’anni probabilmente merita la morte; se scoppia la bomba atomica e l’uccide più o meno la sua vita l’ha vissuta, ha potuto esprimere se stesso! Ma come uccidere un bambino che ancora non ha in nulla espresso la sua vita e pure è già un essere vivente? Vi sembra poco? E non si tratta di un bambino, si tratta di un uomo. Son fatti che gridano vendetta al cospetto di Dio! non si può negare. Per conto mio, non c’è paragone fra la legge dell’aborto e la bomba atomica. Eppure, dire queste cose può sembrare quasi anacronistico, non si riflette abbastanza.
Ora, noi dobbiamo avere prima questa visione del male del mondo per renderci conto che noi, se siamo cristiani, dobbiamo divenire corresponsabili, solidali con questo mondo non per cader nell’inferno, ma solidali come è stato Gesù: per pagare per tutti. Non possiamo nemmeno condannare queste persone, dobbiamo cercare al più presto che con noi si salvino. Come facciamo? L’amore del prossimo, anzitutto vuole la salvezze eterna! Il dare soltanto il pane, il guarire soltanto non risolve nulla. La soluzione ultima è sempre la salvezza ultima dell’uomo. Se io voglio dare il pane egli affamati è perché la vita è un grande dono, perché ci può far meritare una più grande gloria, una salvezza se non la possediamo; perché in fondo se non facessi questo, a che cosa servirei? Son tutti palliativi, anche il dar da mangiare egli affamati, poi essi muoiono lo stesso. Se non hai risolto il problema della salvezza eterna, non hai risolto fondamentalmente nulla.
Allora, prima di tutto sentire questo disagio del mondo, questa rovina del mondo e farci solidali con questo mondo per pregare. È quello che ha chiesto nostro Signore, e finora il mondo cattolico non ha percepito il messaggio di Dio. È dal 1673 o 71, non ricordo, dal tempo delle apparizioni di Gesù a Santa Margherita Maria, che dal Cielo è venuto sempre questo messaggio: Riparare per i peccati del mondo; riparare poi – questo è più terribile per me – per i peccati dei preti, dei religiosi. Tutti. Non solo in tutte le apparizioni della Madonna, ma tutti i santi hanno ricevuto questo messaggio da Dio. Ultimamente anche Santa Gemma Galgani: Nostro Signore le disse di arrivare al Papa, perché il Papa doveva richiamare il mondo cattolico ad una spiritualità di riparazione per i peccati dei preti e dei religiosi.
Allora, prima di tutto s’impone per noi in questa Quaresima il vivere la riparazione del peccato altrui, sentirci solidali con il mondo per riparare. Non basta, si tratta anche di metter mano alla tasca, ma non crediamo di risolvere tutto con l’elemosina, con la carità spicciola, perché questa è una carità ma non è la Carità. La Carità vera è dare Dio alle anime. E Dio si dona alle anime solo se meritiamo per gli altri la grazia del pentimento, del perdono.
La riconciliazione: ecco, il problema proprio della Quaresima, il tema dato dal Papa a tutta la Chiesa. Riconciliazione di tutto il mondo a Dio. Noi possiamo essere riconciliati, possiamo sentirci in grazia di Dio, ma pensiamo a tutti i fratelli che non sono in grazia di Dio, pensiamo a tutto questo mondo che rovina lontano da Dio. E noi rimaniamo inerti? Non ci rendiamo conto che la rovina degli altri è la nostra stessa rovina? Noi, se siamo cristiani, siamo una sola cose con tutti! La Carità non ci fa una sola cosa con gli altri? Possiamo noi essere salvi quando tutti gli altri si perdono? Che il Signore non debba dire a noi, o piuttosto che noi non possiamo dire a Dio quello che ha detto Caino: “Che ne so del mio fratello?”.
Ognuno di noi deve rispondere per tutti. Ricordiamocelo.

Omelia

Letture:
Gn 22,1-18; Rm 8,31-34; Mc 9,1-10

Vedremo nell’omelia l’importanza che ha avuto la trasfigurazione nella teologia e nella spiritualità orientali. La vita cristiana proprio perché è una certa preparazione ad un certo inizio della vita beata, implica un’esperienza di Dio.
D’altra parte rimane vero che non vi è vita soprannaturale se non in una fede che è conoscenza di Dio, e nell’amore che in Lui ci trasforma.
Ora questa esperienza di Dio, nella fede che è conoscenza, come, di fatto, può essere testimoniata? In che modo cioè noi possiamo conoscere? Quale e l’esperienza di fede che a noi s’impone? Secondo gli orientali, questa esperienza ha il suo modello, la sua espressione più alta e più felice nell’avvenimento della Trasfigurazione del Cristo. In questa Trasfigurazione i tre Apostoli vedono ed ascoltano.
Ed è proprio nel vedere e nell’ascoltare che consiste la vita cristiana.
Che cosa fanno i santi nel cielo? Vedono. La vita del cielo è la visione di Dio. Non fanno altro. Anche noi quaggiù non dobbiamo fare altro. Dobbiamo vivere una vita di fede e di carità. E la vita di fede è essenzialmente anche per noi un vedere, un ascoltare.
Notate un fatto molto importante: questa vita soprannaturale non è tanto un nostro fare, quanto un nostro ricevere, perché è vero che noi dobbiamo avere gli occhi per vedere, me se siamo al buio non si vede nulla lo stesso. Bisogna dunque che Dio si voglia manifestare. La fede suppone una rivelazione. L’organo della fede può essere impressionato soltanto dalla luce della Divina Presenza. E l’organo dell’ascolto – la fede è anche ascolto: “Fides ex auditu” – suppone che uno parli. Possiamo ascoltare se nessuno ci parla? Se nessuna parola ci viene detta?
Le vita spirituale suppone l’iniziativa di Dio, di un Dio che si rivela, di un Dio che parla. Notate, quale è più importante, la visione o l’ascolto? L’ascolto o la visione?
Sembrerebbe più grande la visione se nella vita celeste tutto consiste nella visione di Dio, invece nell’avvenimento della Trasfigurazione del Cristo viene prima la visione e poi l’ascolto. Come mai tutto questo? È evidente che la visione quaggiù non è la visione che avremo nel cielo. Lo dice anche San Paolo nella II Lettera ai Corinzi: “Lo vediamo attraverso le ombre, attraverso dei segni”. Segni però che non ci rivelano direttamente Dio, ci danno una qualche conoscenza di Dio indiretta, relativa, estremamente imperfetta. Perché? Gli organi umani non hanno la capacità di captare la pace infinita di Dio. Potete guardare il sole nel suo massimo fulgore senza rimanere abbagliati? La luce del sole è ben povera cosa nei confronti delle Luce divina.
È mai possibile che l’uomo possa conoscere direttamente Dio?
Ora nei cielo lo vedremo direttamente, dicono i teologi “per lumen gloriae”. Dio darà alla nostra natura umana un potere sovrumano, così da poter captare, da poter accogliere Dio così come Egli è. E potrà accoglierlo perché noi stessi – come dice San Giovanni nella I Lettera – saremo simili a Dio. Lo vedremo come Egli è, perché simili a Lui. Quaggiù allora la visione è inferiore all’ascolto, perché la visione suppone soltanto l’impersonale gloria, una luce che per sé può essere impersonale, ha l’impressione della Gloria divina ma non ancora Dio entra in rapporto diretto e personale con noi. La luce stessa e la gloria stessa che vide Mosè sul monte non è l’atto supremo delle rivelazione che Dio fece di sé a Mosè. L’atto supremo della rivelazione che Dio fece e Mosè è nelle parole che gli disse mentre passava: “Dio, Dio, misericordioso…” Dio parla dei suoi attributi. La Parola. Perché? Si diceva dianzi: i gatti miagolano, i cani abbaiano, la parola è soltanto dell’uomo, della persona umana. Perciò se Dio parla, si manifesta a te come un Dio personale che vuole entrare in rapporto con te. Non è un libro, Dio.
La lettura della Bibbia, s’è detto prima, non è di per sé l’ascolto del la Parola di Dio. Diviene ascolto della Parola di Dio se tu leggi con spirito di fede. Lo spirito di fede trascende il libro, trascende anche le parole. È un contatto nella tenebra con il Dio vivente. È evidente che, mentre la visione di per sé è visione delle cose, almeno quaggiù sulla terra, l’ascolto della Parola invece vi mette in rapporto diretto con un Dio personale. Ecco allora l’esperienza religiosa dell’uomo sulla terra, quell’esperienza che noi dobbiamo fare. Se vi è una continuità fra la vita presente e la futura, fra la vita di fede e la visione di Dio nel mondo futuro, ne viene che noi dobbiamo avere una certa esperienza di Dio. Indiretta la visione, meno indiretta la parola. L’esperienza cristiana è sempre esperienza di visione e di parola.
A differenza di quello che è proprio della religione greca in cui la visione della luce supera l’esperienza della parola. Dio non parla, è luce – nell’Antico Testamento ed anche nel Nuovo prevale la parola.
infatti diciamo spesso che la vita spirituale essenzialmente esige l’ascolto della Parola di Dio. Certo: perché la Rivelazione di Dio prima nell’Antico Testamento e poi soprattutto nel Nuovo è consegnata alla Parola che Dio ci rivolge.
Che cosa dunque dobbiamo vivere se viviamo questa vita soprannaturale di grazia, che già anticipa, prepara, inizia la vita del cielo?
Prima di tutto dobbiamo vivere nella Divina Presenza. Vivere nella Divina Presenza vuol dire avere una certa visione di Dio che per ora non è ancora essenzialmente rapporto; l’anima rimane stupita, presa dallo sgomento o anche dallo stupore, dall’ammirazione in una certa conoscenza degli attributi divini.
La prima esperienza che l’uomo ha di Dio è precisamente l’esperienza degli attributi negativi di Dio che implica una certa visione per la conoscenza che è anche visione imperfetta.
L’infinito di Dio. L’immensità di Dio.
Voi vivete al cospetto di queste montagne. Questi monti vi possono parlare di Dio. Non è tanto una Parola di Dio che percepite nel contatto, nella visione di questi monti, quanto una certa visione di Dio nella sua immutabilità, stabili come le montagne, grandezza, potenza come quella delle montagne… La montagna rivela, dà il senso di quello che può essere l’immutabilità divina.
Non è che voi entrate in comunione con Dio, anzi questa rivelazione ti dice il senso del tuo nulla, sembra annientarti. Se ci fosse soltanto questa rivelazione tu ti sentiresti soltanto un nulla di fronte all’immenso.
Qualcuno di noi ha visto il mare, il mare non dà ugualmente il senso di Dio? È una visione. Di per sé la visione non è visione di Dio diretta, ma è visione di quello che annuncia Dio, che in qualche modo lo rivela. L’immensità del mare dice piuttosto l’immensità di Dio. Certo l’immensità di Dio è molto di più di quella del mare, ma è segno quella immensità di quell’altra immensità. È una visione. Anche in questo caso l’anima rimane colpita, senza parole: Dio si mostra a te nella sua grandezza che ti annienta, sia con lo stupore, sia con lo sgomento.
Uno rimane come annientato di fronte a questa grandezza sola: Dio stesso.
Ora il primo modo di conoscere Dio è la prima rivelazione che noi abbiamo di Lui è precisamente attraverso questi attributi negativi che si rivelano a noi in una certa visione della sua immutabilità, della sua immensità: trascendenza cioè nei confronti del mondo che può non conoscere Dio se non conosce questa trascendenza, se non ha una certa percezione di questa sua infinità, di questa sua immensità.
Questa esperienza è superiore all’esperienza della parola? No, perché l’esperienza della parola suppone quella precedente. Quando un Dio ti parla, se Dio è un balocco, un soprammobile per te, non è Dio. Tante volte si leggono le parole “dette” ad anime buone, ma sono parole inventate da queste anime buone in generale perché, se la Parola di Dio non suppone in chi la riceve questo senso dell’infinità, non è più Dio che parla, sei tu che non ascolti che te stessa, sono parole buone, intendiamoci, possono essere parole sante, non sono Parola di Dio.
Il Dio vivente che ti parla è quell’Infinito che tu hai conosciuto prima, è un Infinito che però è Persona. È questo, direi, il paradosso della vita cristiana.
Diceva Danielou, e lo dicono anche tutti i filosofi e tutti i teologi: “Sembra davvero impossibile che l’Infinito sia Persona o che la Persona sia l’Infinito.
Quando si parla di persona s’intende qualche cosa di preciso. Invece no, se Dio è Persona non cessa di essere l’Infinito. Se l’infinito è Persona, l’infinito non è impersonale! È quello che caratterizza il Dio cristiano questa unità della Persona con una natura infinita, questo carattere personale di un Dio che è l’immensità medesima.
Allora l’Immensità non è contro la Persona e la Persona non è contro l’immensità. Se Egli parla, la sua Parola non solo non diminuisce il tuo sgomento, non diminuisce il tuo stupore, ma lo rende ancora più grande perché questo Infinito parla a te.
Che cos’è la tua vita cristiana, Maria? uno stupore infinito: un Dio mi ama, l’Infinito mi conosce. Tu sei famosa Maria, ma credo che a Bolzano, la maggioranza dei bolzanini non ti conosce. Ed in Italia su 56 milioni di abitanti, più di 55 milioni non sanno nulle di te!
Noi in questo mondo: un nulla. Ché cos’è questo mondo nell’universo, nulla. Che cos’è tutta l’umanità nei confronti del tempo che passa, la storia… tutte sciocchezze.
E Dio, l’infinito, è rapporto con me! Io dunque sono più grande dell’universo, rimango il figlio di Dio. Ricordate che è difficile vivere la vita cristiana, essa implica che l’uomo senta di emergere da tutti gli abissi della creazione: siamo il termine di un rapporto dell’Infinito. L’Infinito conosce me, ama me, ama Castone. È possibile credere questo senza perdere la testa? Lo crediamo davvero? Non lo crediamo, facciamo un Dio a nostra immagine e somiglianza. Non siamo noi fatti ad immagine e somiglianza di Dio? Facciamo un Dio e nostra immagine e somiglianza.
Quando Dio ci parla dobbiamo ricordare che è questo Infinito, che è questa immensità, questa Eternità che parla a me.
Non mi dà una lezione impersonale come quella che ascolta Antonella all’Università perché il professore non la conosce, fa una lezione, non stabilisce un rapporto personale così da interessarsi di lei, da sapere quanti anni ha, ecc. invece Dio entra in un rapporto personale così con me, io sono il termine di un suo rapporto d’amore. Egli che è l’Infinito, Egli che è l’Immenso, Egli che è l’Eterno mi pensa.
Sapete, la vita cristiana è qui, non è soltanto il sentimento della infinità, dell’immensità, questo lo può avere anche un indù, un buddista, può averlo chiunque.
La nostra esperienza cristiana è superiore persino all’esperienza stessa dell’Islam perché nell’Islam Dio dà la sua legge – il Corano – ma Lui se ne sta ben lontano e gli uomini non possono avvicinarsi a Lui. Anche Maometto – c’eri tu quando Maometto salì fino a Dio con il cavallo alato? – dovette fermarsi ad un certo punto perché oltre non poté andare. Io invece vivo con Dio ed Egli vive con me. Egli vive in me ed io vivo in Lui. Il rapporto che stabilisce con me, Egli che è l’infinito, è un rapporto di Amore che mi dona tutto il Signore, perché nella Parola che mi dice è Egli stesso che si dona.
Egli è la Parola.
Viviamo questa esperienza cristiana. È tutta qui la vita cristiana. Se la vivessimo, saremmo santi come la Madonna.
La viviamo? Probabilmente no, cerchiamo di viverla, sta tutto qui il problema della nostra vita religiosa. Non crediate che essa consista nelle vostre opere. Vediamo un po’: tu sai salire fino al soffitto? No? Ed allora come pretendi di salire fino al cielo, fino a Dio? Che cosa possono essere le nostre opere? Rendiamoci conto che la vita cristiana è Dio, prima di tutto. È Dio che ha l’iniziativa, è Lui che si è donato a noi. È Lui che ora ci ama, che si comunica a noi.
È meraviglioso pensare questo: che Dio si comunica a noi.
E noi dobbiamo credere a questa comunione con Dio pur rimanendo quello che siamo, dei poveri pulcini. Pur tuttavia, pur rimanendo così povera cosa, noi sappiamo di essere il termine di un rapporto infinito, un rapporto di Dio. Ma Dio può essere rapporto con l’uomo? Vediamo un po’. Se Dio è rapporto con me, io sono necessario a Lui. Essere rapporto con Dio vuol dire che questo rapporto è eterno. Allora io sono eterno… Dio non può essere rapporto con me… allora cade tutta la vita religiosa. Il rapporto che Dio stabilisce con me è un rapporto perfettamente libero che si realizza per l’Incarnazione del Verbo perché Dio veramente si è fatto uomo.
I rapporti in Dio sono solamente tra le Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo. Se dunque Dio è rapporto con me è perché Egli mi ha unito a Sé nella Persona del Figlio suo: mi ha comunicato la Parola, il Verbo ed ora trasforma me nella Parola, come si è detto nella meditazione precedente. Accogliendo le Parola, che è il Verbo di Dio accolto dalla Vergine, il Verbo di Dio s’incarna in me, divengo la Parola: preghiera.
Egli è divenuto rapporto con me nella Parola che mi dice, nella parola che Egli mi comunica. Ma io divengo ora rapporto con Lui nella Parola che io gli rivolgo nella preghiera. Allora veramente la vita cristiana consiste in una sola cosa – essenzialmente, poi tutto questo, suppone il digiuno e l’amore del prossimo – consiste nell’ascolto, perché io possa accogliere la Parola che Egli rivolge a me, personalmente. Egli dona a me il suo Figlio e nella parola che io dico a Lui, io lo riporto a Lui. È quello che vive la Chiesa e che noi viviamo più o meno, ma la Chiesa vive, vive proprio nel sacrificio della Messa che stiamo per celebrare. Che cosa abbiamo vissuto finora? Dio che ci ha parlato e parlandoci ci ha donato il Verbo.
Che cosa vivremo fra pochi istanti? la Parola che noi daremo a Dio “Padre ti offriamo…” che cosa offriamo noi sacerdoti, voi che cosa offrite al Padre; il Figlio suo presente sotto le specie del pane. Da me Dio riceve Se stesso. La parola che io gli do è il Verbo incarnato, Cristo Gesù. Ma non gliela posso dare se non gli do me stesso.
Che cos’è la vita cristiana? È un entrare nel mistero delle divina Trinità. Dio non è che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Se tu vivi la vita divina, vuol dire che tu entri in questo mistero, sei associato al Verbo per essere pura lode al Padre.
Queste aspirazione dell’essere a Dio, che è il rapporto del Figlio al Padre, è l’essenza della vita cristiana. Tutta la vita cristiana sta qui. Viviamo questa esperienza. Abbiamo il senso di questa Immensità di Dio, abbiamo il senso vivo di questa immutabilità di Dio, abbiamo il senso vivo di questa infinità di Dio: la visione.
Avendo questo senso della divinità del Dio infinito, noi crediamo realmente che Egli conosca me, ami me, parli a me, si doni a me. Ecco l’ascolto della Parola. Dalla visione si passa all’ascolto, in questa visione ed ascolto noi siamo passivi nei confronti di Dio. Ora diveniamo attivi, diveniamo colui che lo loda, che lo ringrazia, che lo ama. Ma noi diveniamo attivi nei confronti di Dio solo dopo essere stati passivi, dopo aver ricevuto possiamo dare. Noi possiamo dare a Dio solo ciò che abbiamo ricevuto da Lui. Ecco quello che è la vita cristiana: non solo quella che è quaggiù sulla terra, ma anche quella che sarà in cielo. Anche nel cielo non vivremo che questo, ma lassù la visione non precederà l’ascolto perché noi vivremo nella nostra identificazione con il Figlio, saremo là un solo Figlio unigenito, noi vedremo la visione del Padre con gli occhi del Verbo. Come dice Origene. Vivremo un rapporto d’amore, il rapporto stesso d’amore che intercorre tra il Figlio e il Padre. E voi sapete che il rapporto più grande, se anche s’inizia il rapporto umano nella parola, si compie nel silenzio, nell’adorazione e nell’amore.
La vita del cielo sarà questo silenzio, puro amore immenso. Non sarà che affondare nel silenzio dello stupore, dell’estasi per tutta l’eternità. Sarà bello, fra poco ci saremo, ma dobbiamo imparare a vivere fin d’ora questa esperienza: il senso della divina immensità e poi l’ascolto della Parola che Dio ci rivolge, con le quale Egli ci chiama e ci dona un nome.

Seconda meditazione

Antonella non avrebbe desiderato fare questo ingresso se non avesse sentito nell’intimo il desiderio di rispondere generosamente al Signore. E dunque è giusto che le mamma sua sia contenta, come mi diceva pochi minuti fa; perché, indipendentemente da ogni altra considerazione, il fatto stesso che Antonella si muova incontro a Dio per cercarlo, per comprendere meglio quello che il Signore vorrà da lei, è segno sempre che il Signore è con lei, che vuole qualche cosa da lei. E voi sapete, che quando uno vuole qualche cosa soprattutto dona perché ama. Se Dio vuole qualche cosa da noi, è segno che ci ama, segno che ci ha scelti, segno che Egli ha un disegno sopra di noi. Tutto questo, dunque, può essere davvero motivo di gioia per Marsilia, come è stata una gioia per lei l’essere entrata nella Comunità, quando ha compreso che la Comunità era il cammino, la strada che lei doveva percorrere per rispondere a Dio. Noi tutti della Comunità riceviamo Antonella come dono prezioso di Dio e cominciamo a pregare anche perché il Signore voglia condurla per mano nelle vie che Egli stesso ha previsto, per la sua gioia, per la sua felicità. Chiedo anche a voi di pregare oggi per lei; perché questo cammino che si apre, sia sempre un cammino più luminoso, più pieno di gioia per la sua anima e, soprattutto, un cammino che la porti sempre più vicina a Dio, e poi, e poi, speriamo anche nel Mato Grosso!
Nella prima meditazione abbiamo parlato della Quaresima, di che cosa il Signore ci chiede in questo tempo per prepararci alla festa di Pasqua. Abbiamo detto che s’impongono quattro cose: una mortificazione soprattutto interiore, perché la nostra anima sempre più sia disposta all’ascolto di Dio, perciò si liberi da ogni dissipazione e sempre più si eserciti nel sentimento, nel riconoscimento della Presenza divina in una attenzione pura a Dio. Tutto questo, certo, implica una mortificazione soprattutto delle spirito: curiosità, televisione, radio, i vari conversari inutili. Tutto questo perché noi possiamo ascoltare Dio. Ecco, sul piano positivo, la prima cosa che si impone è questa: aprirsi dell’anima ad accogliere la divina parola e la Divina Parola è il Verbo di Dio. Attraverso ogni parola che il Signore ci dice noi dobbiamo accogliere il Verbo, perché in noi s’incarni, perché in noi Egli viva e, trasformandoci in sé, faccia di tutta la nostra vita, di tutto l’essere nostro, una parola che salga, un’aspirazione costante al Signore.
Dunque, ascolto e preghiera. Evidentemente non vivremo mai questo ascolto e questa preghiera se non viviamo anche un rapporto di amore più vero con i fratelli. Dicevamo stamani che l’amore che soprattutto gli uomini ci chiedono, è un amore che risponde ai bisogni più estremi che si possono avere. Ora, quale bisogno più estremo cui ha corrisposto Dio nell’amarci? Non possiamo dire che Dio sia stato molto generoso, apparentemente, perché ci ha lasciato con le nostre malattie. Ecco, ci ha lasciato con tutte le ingiustizie che noi viviamo nel piano sociale. Ci ha lasciato con tutti i limiti e condizionamenti della vita terrestre. Eppure, noi crediamo che Dio ci abbia amato; noi crediamo che Dio veramente non soltanto ci abbia amato, ma ci abbia amato di un amore immenso. Che cosa ha fatto? Ci ha donato Se stesso. Guardate che la salvezza compiuta da Nostro Signore – lo dice precisamente la formula della istituzione dell’Eucarestia – è soltanto la remissione dei nostri peccati. Che cosa ha detto Gesù? “Prendete e bevete, questo è il Calice del mio Sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”.
Noi si crede che Gesù con la sua Morte e Resurrezione ci abbia salvato, ma questa salvezza, apparentemente, ci ha lasciati quelli di prima. È stata mai malata lei? ha conosciuto mai qualche impedimento, qualche limite alla sua attività? Tutto è andato così liscio, così bene? Umanamente parlando, non sembra che Dio abbia fatto qualche cosa di diverso da quello che in fondo era la vita dell’uomo anche prima che Egli venisse? No, ci ha tolto il peccato e, togliendoci il peccato, ha trasformato anche le nostre stesse pene; perché ha dato alle nostre stesse pene, alle nostre mortificazioni un valore immenso: il valore che ha avuto la sua Passione. E non è poco, miei ceri fratelli!
Ora se noi dobbiamo amare i nostri fratelli, gli uomini, prima di tutto dobbiamo renderci conto di quello che è il massimo male dal quale dobbiamo liberarli. Il massimo male è proprio l’aver perduto Dio. Questo mondo che non conosce più Dio! Lina, ci sono dei meranesi che non vanno alla Messa? Qualcuno forse sì, uno, due… Che cos’è questo mondo nel quale viviamo oggi? Gli uomini hanno perduto Dio; non ne sentono più affatto il bisogno. E vi sembra che sia un male piccolo questo? Un peccatore, se ha il senso del proprio peccato, non si trova nella condizione più miserevole di quello che invece, peccando, non avverte nemmeno il male nel quale è precipitato. Gli uomini vivono così ignari di Dio, così dimentichi di Dio, che ne fanno volentieri a meno, non ne sentono affatto il bisogno. Ora, sapete quando un malato dice di star proprio bene, non sente più il peso della malattia, la febbre ecc… Che cosa avviene? che è per morire, ed è così che è l’umanità di oggi. Il male è talmente grave che gli uomini non si rendono più conto di che cosa loro manca. Sì, c’è un risveglio, là dove veramente l’assenza di Dio ha dato all’uomo anche il senso del vuoto della vita e, la vita senza Dio, non ha senso. Non si capisce perché si deve vivere; non si capisce che cosa sia nemmeno questa storia degli uomini che vien tanto magnificata. Scusate, se non ha senso le mia vita di ottant’anni, non ha nemmeno senso la storia dell’uomo che avrà anche cinquantamila anni. E dopo cinquantamila anni che cose avviene? e, questa umanità che ha vissuto, che cosa ha fatto? Tutto ricade nel silenzio, tutto è vuoto.
Togliete Dio e torna vero quello che dice il Buddismo: “Non è che vacuità” e allora l’unica salvezza è quella che Budda proclama “l’annientamento dell’uomo”. La liberazione è proprio questa per il buddismo, è questo, veramente, fintanto che viviamo e la vita non ha senso, è insopportabile peso. Di qui, noi comprendiamo perché, ad esempio in Russia, il risveglio religioso nasca precisamente da questo: non è che abbiamo incontrato Gesù, non è che abbiamo ancora incontrato la Chiesa. Il risveglio religioso è formato da giovani che si domandano: Perché dobbiamo vivere? che senso ha la vita? tutto è un assurdo, si vive soltanto per la morte, si vive soltanto per l’assurdità. Gli uomini vivono per il denaro o per qualche altra cose che rimpiazza in qualche modo Dio. Ma, ad un certo momento, non cercano nemmeno più il denaro, perché si sta bene. In fondo muore qualcuno di fame a Cavalese? Non credo. E tutto questo non è a favore dell’uomo. Pian piano succede che, essendo colmati i bisogni elementari, l’uomo non sa più per che cosa vivere. Fino a poco tempo fa si viveva per lavorare perché altrimenti non si mangiava, perché si doveva pensare ai figli. Oggi, pian piano, vien meno anche queste ragione. A questo momento non siamo ancora giunti, l’umanità di oggi in Occidente ancora non si domanda perché si vive; perciò non ha trovato ancora la strada per cercare Dio che, solo è la ragione della vita. Se è vero quello che c’insegna il Cristianesimo, che Dio è il solo fine dell’uomo, fintanto che l’uomo non si domanda perché vive, nemmeno può trovare Dio o Dio diventa soltanto un soprammobile. Noi si ha bisogno di tanti oggettini da mettervi sopra. Hai dei soprammobili tu? una pecorina di gesso ecc.? Così, ci metti anche Dio! Fintanto che noi non sentiamo davvero il vuoto della vita, l’assurdità della vita senza Dio, non si cerca nemmeno Dio. Dio allora si trova quando si riconosce in Lui l’unico fine a cui tende la vita dell’uomo, l’unico fondamento della nostra esistenza, l’unica ragione del nostro viver quaggiù. Oggi l’umanità ha perso questo senso, non vive ancora il nulla della vita, la vacuità dell’esistenza così da cercare, almeno da sentire il bisogno di cercare.
Che cosa è dunque il nostro amore per il prossimo? Lo dicevo nella meditazione di stamani ma, su questo voglio ritornare stasera. Dobbiamo renderci conto che il bisogno più grande degli uomini rimane Dio ed è un bisogno tanto più grave, quanto meno gli uomini lo sentono. Può sembrare una battuta, ma è la verità perché è un bisogno di carattere ontologico: l’uomo, senza Dio è il vuoto! L’uomo non per questo ne sente il bisogno, perciò non sentirne il bisogno è ancora più grave: dice più grave carenza, più grave mancanza da parte degli uomini.
Noi dobbiamo dare agli uomini Dio. Ecco la ragione del nostro vivere nel mondo! Tante volte ci si domanda: ma noi della Comunità non facciamo nulla? Vedete, c’è l’Anna Maria che vive per l'”Operazione Mato Grosso”; lui ha l’operazione della Siberia, la Lina ha l’impegno di andare dai preti a cucinare, ecc. abbiamo da far qualche cosa tutti. Nella Comunità, come tale, non si dovrebbe far nulla. Che Comunità è la nostra? Ora, invece, dobbiamo fare la cosa più importante: lo Statuto ci dice che noi dobbiamo vivere il primato della Preghiera per un duplice fine: per la lode di Dio e per l’intercessione per gli uomini.
Noi sappiamo che l’atto a cui è promessa l’efficacia è la preghiera. Nel Nuovo Testamento l’unico atto e cui Dio assicura efficacia è la preghiera perché ha detto: “Chiedete e vi sarà dato”; perché ha detto: “Tutto quello che chiederete nel mio Nome io lo farò”. E dunque è certo – è Parola di Dio – che la nostra preghiera ha un’efficacia sul Cuore di Dio. Noi abbiamo un potere su Dio. Questo potere che abbiamo su Dio non è soltanto in ordine alla lode divina, è anche in ordine alla salvezza del mondo. Ecco l’opera nostra! Se noi viviamo, almeno vogliamo vivere il primato della preghiera, sentire il bisogno della preghiera, vivere veramente la preghiera, non è per un’evasione dal mondo, per non renderci conto dei nostri fratelli, per chiuderci in una nostra torre d’avorio, ignari del bisogno degli uomini! È perché, invece, noi ci rendiamo conto che il bisogno degli uomini è tale che solo Dio può colmarlo: noi non possiamo far altro che implorare Dio perché si manifesti a queste anime e le chiami e Sé.
A noi basta la preghiera! Se noi, in un primo tempo abbiamo detto che dobbiamo rendere testimonianza della vita contemplativa è perché la vita contemplativa nel Cristianesimo è una vita trasformante. La contemplazione nel Cristianesimo non è come la contemplazione nei Greci. Nei Greci le contemplazione è guardare uno spettacolo che ti sta davanti, mentre nel Cristianesimo la contemplazione è trasformante Capitolo III della Lettera di San Paolo ai Corinzi, ultimi versetti: “Noi a viso scoperto, contemplando il Signore ci andiamo trasformando di gloria in gloria per opera dello Spirito”. La contemplazione di Dio ci trasforma in Dio. Avete presente quello che dice Dante Alighieri nella Divina Commedia, nel Paradiso? Che cosa faceva Dante per salire di cielo in cielo? Doveva salire dal cielo della luna al cielo di Venere e poi a quello di Giove e a quello di Saturno. Che cosa faceva? Guardava Beatrice. Beatrice nella Divina Commedia rappresenta la fede o la teologia, secondo altri. La contemplazione dei misteri divini dava a Dante di elevarsi a Dio, di trasformarsi. È questo l’insegnamento di Dante, perché in fondo egli è testimone di una tradizione spirituale che risale al Vangelo, che risale agli scritti ispirati del Nuovo Testamento. Non solo San Paolo, anche San Giovanni dice che noi saremo simili a Dio, perché lo vedremo come Egli è. Dunque, la nostra è vita contemplativa. Se viviamo la vita contemplativa, essa deve trasformarci in tal modo che gli uomini vedano Dio presente nella nostra medesima vita. Guardate che i primi a dover vedere questo sono i vostri figli. Spesso voi siete svaniti, sgomenti perché i vostri figli hanno perduto la fede. Bene, la ritroveranno certamente se voi siete per loro sacramento della presenza di Dio, in un primo tempo c’è sempre, da parte del giovane sedicenne, il rifiuto perché ha bisogno di sentirsi autonomo. Diventa uomo, finché non è uomo dipende sempre dai suoi genitori, tutto riceve dai genitori; parla con loro, ripete quello che essi gli dicono… però, a una; certa età, il ragazzo vuol essere autonomo e allora butta via tutto. È un fatto non del tutto negativo, voi non dovete amareggiarvi per questo. Non è un fatto del tutto negativo! dovranno scoprir Dio da sé, ma lo scopriranno se lo vedranno in voi.
Dio si fa presente nel Cristo lo sappiamo bene noi cristiani, ma il Cristo siamo tutti noi. Dobbiamo capirlo questo. Dopo che Gesù è asceso ai Cieli è visibile nella sua natura umana? Io non lo ho mai visto. Però il Cristo si rende visibile nella Chiesa di Dio e la Chiesa siamo tutti noi. La Chiesa per i nostri figli sono i genitori. La chiesa per noi sono in gran parte i sacerdoti, le anime consacrate, i Vescovi. Noi, se vogliamo vivere la vita contemplativa, la viviamo perché vogliamo vivere la preghiera Per ottenere la salvezza di tutti, per ottenere che tutti gli uomini, veramente, ritrovino Dio. Ma non basta la preghiera. Bisogna che la preghiera sia tale che veramente ci trasformi, faccia di noi il sacramento vivente del Signore. È la considerazione che sono solito fare sempre, quando parlo, anche in Comunità. Ripeto sempre questa verità: Gesù nell’Eucarestia è presente realmente, ma la presenza del Cristo nell’Eucarestia non è una presenza visibile: vedo soltanto un po’ di pane. Non è presenza operante, perché lo metto dentro il Tabernacolo. Non si muove, non è nemmeno operante nell’Eucarestia, è Presenza reale ma non operante nel mondo nella sua natura umana, né visibile. Se noi riceviamo il Cristo nell’Eucarestia, che cosa fa? Lo dice Sant’Agostino nelle Confessioni: “Ci trasformiamo in Lui”. Non siamo noi che trasformiamo Gesù Cristo in noi stessi, ma noi veniamo trasformati da Lui, ogni qualvolta ci comunichiamo. Allora, che cosa avviene? Se noi siamo trasformati nel Cristo, noi diveniamo il sacramento della presenza reale di Gesù, ma di una presenza ora visibile, cioè gli uomini hanno il diritto di vedere in noi Gesù visibile e operante. Gesù non ha più mani, diceva una preghiera portoghese del sec. XIV, vuole le tue mani perché Egli possa operare attraverso di te. Dio non ha più occhi, questi occhi mortali, vuole avere i tuoi occhi per poter vedere attraverso di te. Dio vuole camminare con i tuoi piedi, Egli, in qualche modo, assume la nostra natura umana, per operare attraverso di noi. Ma la nostra natura umana non soltanto è una natura che è organo di azione, di attività, è anche una natura che è visibile. Anche lei non è ancora un angelo io la vedo. È bello che non siamo angeli perché l’angelo rimane chiuso in se stesso; noi invece, mediante il corpo, possiamo essere in rapporto con gli altri. Fintanto che viviamo quaggiù sulla terra, il nostro rapporto coi morti passa attraverso Dio; ma un rapporto fra noi che siamo ancora viventi, passa anche attraverso il corpo. Lei si sarebbe innamorato di sua moglie, se sua moglie stava in Australia e non ne aveva visto nemmeno la fotografia? Non credo. Per innamorarsi bisogna vedere, non vi sembra? È evidente che il rapporto esige una presenza corporale. Dice San Tommaso d’Aquino che perfino la conoscenza deve passare attraverso l’esperienza sensibile. Niente è nell’intelletto che prima non sia nel senso, diceva San Tommaso. Ma se questo è vero per quanto riguarda la conoscenza, questo è vero anche per quanto riguarda l’amore.
Noi dobbiamo essere il sacramento di una presenza di Gesù. Questo è il compito nostro, questa è l’opera che ci è chiesta. Parlo a voi soprattutto della Comunità. Una preghiera incessante, in cui noi dobbiamo aver presente la miseria del mondo: questo mondo che ha abbandonato Dio, che non conosce più Dio, questo mondo che non sente nemmeno il bisogno di Dio e va e va, quasi inevitabilmente verso la morte.
Senza Dio l’uomo non vive che il vuoto, il nulla. Dobbiamo avere veramente questo senso della povertà dell’umanità di oggi più grave che in tutti i tempi, perché il peccato c’è stato sempre nel mondo. Ma prima c’era almeno il senso del peccato, ora c’è il peccato, ma non c’è più nemmeno il senso del peccato, perché non c’è il senso di Dio. E allora, prima di tutto, ecco la preghiera per questi uomini, è il primo vostro dovere. L’opera nostra fondamentalmente è questa. Io vi chiedo: non pregate per voi stessi, il Signore sa di che cosa avete bisogno. Lo ha detto Lui stesso nel Vangelo, tanto più sarà generoso verso di voi, quanto più voi nella preghiera sarete generosi verso gli altri. Abbiate sempre presente al vostro spirito la miseria del mondo. Questi milioni e milioni di giovani che vivono senza un perché! Questi milioni e milioni di uomini, anche maturi, che sono travolti dalla passione del denaro, dall’ambizione, dalla sensualità e non hanno più minimamente nemmeno la nostalgia di Dio, la nostalgia di una purezza, la nostalgia della verità, la nostalgia della bontà! Cercano se stessi, l’egoismo.
Abbiate presente la miseria degli uomini perché questo sentimento della miseria profonda di questa umanità doni al vostro spirito sempre più vivo il bisogno di elevare la vostra preghiera a Dio perché abbia pietà di tutti. Certo che Egli ha pietà di tutti, lo sappiamo bene: Dio è amore infinito, ma, ricordiamoci, Dio ha voluto aver bisogno dell’uomo. Avrebbe potuto farne a meno, ma Dio non agisce ora che mediante l’uomo. Lo sapevate questo? forse non lo sapevate, ma è una verità lampante proprio dell’Incarnazione del Verbo. Dio poteva tutto perdonarci, poteva far tutto indipendentemente dall’Incarnazione, ma ha voluto aver bisogno che l’umanità di Gesù, Figlio di Dio, si impegnasse fino alla morte per la salvezza degli uomini. E ora Dio non agisce più che per la mediazione umana. Allora Egli interverrà anche per la salvezza dei popoli, per la salvezza delle nazioni, solo nella misura che noi vivremo questa passione che nasce dalla considerazione, dalla conoscenza di questo male. Pensate: tutti quelli che combattono la Chiesa, tutti che hanno tradito la loro vocazione, tutti i preti che hanno abbandonato il ministero. Pensate, pensate: tutti gli uomini che cercano il male, che vogliono il male, che hanno seminato l’odio nel mondo. Pensate a tutto il male che oggi invade la terra! per condannare? No, Egli ha detto che non dobbiamo condannare: sta a Lui soltanto il giudizio. Per amare, per avere pietà, per poter ripetere le parole di Gesù sopra la croce: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.
Un’immensa pietà dovrebbe sgorgare dal cuore cristiano su tutto questo abisso del male; la nostra pietà dovrebbe colmare questo abisso. “Misereor super turbam” – dice il Vangelo di Gesù – Ho pietà di questa folla! Se in noi deve vivere il Cristo, in noi deve farsi presente questa pietà: pietà per i giovani, pietà per gli anziani, pietà per i politici, pietà per tutti quelli che sono smarriti, travolti da passioni che, in fondo, distruggono l’uomo; mentre essi credono, attraverso l’abbandono a questa passione, di conseguire qualcosa! Non si consegue che la morte: la passione del denaro, la passione del potere. Quanti hanno perduto la loro anima perché erano attaccati alla sedia senatoriale o di assessore o anche meno. Quanti hanno perso la loro anima per la ricerca del denaro, anche quando avevano tutto quello che era necessario per vivere e per vivere una vita umanamente discreta. Quanti hanno perduto la loro anima per la ricerca affannosa del piacere. Ieri in treno, da Bologna a Trento, una ragazza davanti a me leggeva un libro. Il titolo era questo – non ricordo in modo preciso nemmeno l’autore – “Dell’uso del piacere”. A dir la verità, mi sarei anche un po’ vergognato avendo questo libro e mettendolo sotto gli occhi, lì proprio davanti a me. Ma non c’è nemmeno la vergogna, non c’è più il senso di un certo timore, di un certo – come chiamarlo? – di un certo pudore. Queste giovani che hanno perduto Dio, cercano Dio in che cosa? dove?
“Misereor super turbam”. Ho pietà di questa folla, di questa umanità! che si perde senza saperlo, che si perde tranquillamente, direi ad occhi aperti, senza nemmeno considerare dove andrà a finire.
Aver pietà di questa umanità e pregare: è il primo nostro dovere. Non possiamo dimenticarli. Dimenticare… non possiamo dimenticare quelli che soffrono, quelli che soffrono persecuzione per causa del Vangelo, quelli che soffrono, anche senza nessun motivo religioso. Non possiamo dimenticare gli esuli, gli apolidi; non possiamo dimenticare nessuno perché tutti sono fratelli, ma dobbiamo renderci conto che i più disgraziati sono coloro non che hanno perduto la salute, ma che hanno perduto Dio. Spesso li abbiamo nella nostra stessa famiglia, spesso queste persone che non avvertono minimamente il loro male, sono fra i nostri amici, fra i nostri parenti. Si chiede di pregare per loro: è la prima cosa e poi renderci conto che non basta la preghiera. Gli uomini – diceva Lacordaire – non credono più perché non vedono più Dio. Sembrano parole stolte, no? Iddio non si vede. No, si vede, perché la rivelazione ultima di Dio è Cristo Gesù; gli uomini hanno veduto Dio nella santità di Gesù, nella Luce del la sua vita, nella purezza, nell’amore del suo Cuore, l’hanno conosciuto. Gli uomini debbono conoscere Dio in noi: la nostra testimonianza, la nostra presenza nel mondo. Per questo la nostra opera, sapete quale è? Non vi spaventate: la nostra santità. Non si tratta di fare grandi cose, si tratta di essere santi. Questo lo può fare anche lei, perché lavorare alla sua età è un po’ sacrificio, ma quest’opera che è la nostra santificazione, s’impone ancora per ciascuno di noi. Ecco perché nella Comunità noi accogliamo anche persone anziane purché abbiamo questa volontà sincera di tendere a Dio, di vivere una risposta al Signore, che li faccia testimoni veraci di Lui. Sapete, la testimonianza che deve dare il cristiano, non è una testimonianza verbale. Non sei mica chiamato a far delle prediche, ne facciamo anche troppe noi preti; bisognerebbe che ne facessimo un po’ di meno. Non hanno bisogno di tante chiacchiere; vero Riccarda? Hanno bisogno di vedere in te questo: l’essere santi. Dobbiamo render una testimonianza che è – dicevo – non verbale; ma una luce di riflesso. Sono i Padri della Chiesa che ce l’hanno insegnato. Dicono: il sole non c’è perché siamo di notte. Pensate a “Benché sia di notte” di San Giovanni della Croce. Non viviamo nella visione di Dio, non è giunto ancora il giorno dell’Eternità. Viviamo in questo mondo che è il mondo della fede, la notte della fede. Ma nella notte c’è una luce che ci fa vedere le cose, non è le luce del sole, comunque la luce della luna, quand’è luna piena, ci permette di vedere abbastanza bene. Ecco, dicevano i Padri della Chiesa, la Chiesa in tutti i suoi membri è la luna. Nella notte della fede coloro che appartengono alla Chiesa, sono come tanti satelliti nei quali si riflette le luce del sole e questi satelliti rimandano la luce del sole sulla terra.
Per esser questo che cosa dobbiamo fare? Che cosa fa la luna per illuminarci? Sta di. fronte al sole e ne riflette la luce perché non ha luce propria. Anche la Riccarda, anche don Barsotti non hanno nessuna luce propria: noi facciamo buio in noi stessi. Noi possiamo far luce, se rimaniamo di fronte a Dio. Ecco, quello che vi dicevo stamani, come si impone per noi una vita di preghiera; perché il vivere nella Divina Presenza implica per sé un essere illuminati. Accostatevi a Lui, avvicinatevi a Lui e sarete illuminati. Ecco… dobbiamo essere illuminati da questa luce. Che la luce di Dio ci circondi. Avete mai visto dei santi? Io sono vissuto vicino a loro, molto spesso. Sono stati miei amici: il Cardinal Dalla Costa, amico no, ma mi voleva molto bene. Il Cardinal Dalla Costa, La Pira, Facibeni, Russolillo, poi tanti altri. Questi sono già in causa di beatificazione, ma tanti altri ne ho conosciuti.
Ebbene, veramente, il santo ha una sua luce, tu avverti che è lui ed è qualche cosa più di lui. Si avverte una presenza arcana nella presenza dei santi: io questo ho sentito grandemente nell’avvicinare il Cardinal nel Dalla Costa. Non ci si poteva avvicinare senza avere il senso di Dio, il senso della grandezza divina, della sua maestà. Come si aveva il senso di Dio, della sua santità, nel Cardinale Schuster, ho conosciuto anche lui. L’avete presente? anche nelle fotografie? è sempre sempre in preghiera, non staccava mai le mani ed ora è stato trovato incorrotto. Tutto il Capitolo è andato lì nella chiesa dove è stato esposto per tre giorni, a celebrare solennemente i Vespri, poi l’hanno richiuso di nuovo e messo nel sepolcro. L’hanno trovato intatto, mentre tutte le vesti eran corrose, intatto come quando l’hanno deposto. Non brutto come sono i corpi dei santi perché sono incolori, sono brutti, son neri. Son più belli quando son vivi, forse neppure, ma qualche volta posson esser belli, quando son vivi; ma da morti, anche se son incorrotti, non son belli. Invece il Cardinal Schuster era tale quale come quando è morto, non era nero, disastrato come gli altri, cosa impressionante. Anche di don Orione si diceva che il corpo era incorrotto. In ogni modo, quello che si richiede per noi non è il nostro corpo incorrotto. Le cosa importante è che tu vivente, tu sia tutto illuminato da Lui. Queste Luce divina ti circondi, si irradi da te! Irradiare il Cristo, irradiare Dio! Essere davvero come la luna nella notte, in questa notte del mondo, in cui Dio è perduto, non si vede più. Questo sole è scomparso, ma c’è don Rizzi, il fratello di Rizzi; ma c’è anche lui e c’è Valerio, c’è Carmelita, c’è la Bona, c’è la Silvia e ultimo, ultimo vengo anch’io e tutti siamo come luce che splende nelle tenebre. Dobbiamo essere questo, dobbiamo essere questo ricordiamocelo. È questa la Carità che il mondo si aspetta da noi “essere per gli uomini presenza di Dio, sacramento della Presenza del Signore”. Lo saremo, se noi vivremo nella Presenza di Dio. La Presenza di Dio ci illumina, è un sole che ci illumina e perciò noi riflettiamo questa luce sugli altri. La riflettiamo nella nostra pace, la riflettiamo nella nostra dolcezza, la riflettiamo nella nostra pazienza; le riflettiamo questa luce nella nostra umiltà. Non è così che forse Gesù ci ha manifestato Dio? “nella sua umiltà, nella sua pace, nella sua santità”. Noi dobbiamo essere questo!
Allora, vi ritorno a ripetere quello che vi dicevo stamane proprio nelle prime parole: ricordatevi sempre che l’esercizio fondamentale della vita cristiana è l’esercizio della Divina Presenza. Se noi viviamo questa Presenza di Dio, noi siamo santi! I santi in paradiso non fanno altro: vedono, contemplano, vedono!
Anche noi quaggiù cerchiamo di fare in modo che questa Presenza di Dio non si allontani mai da noi. Procuriamo che la nostra anima rimanga nella Luce di questa Presenza. Ecco quello che mi sembra ci dica il Signore! Vivere tutto questo in ordine ai nostri fratelli.
Non è la nostra spiritualità una spiritualità d’evasione; questo ricordatevelo bene, è importante, perché tante volte, dicendo soltanto che noi vogliamo la preghiera, che noi vogliamo il primato della preghiera, ci sembra con questo di lavarci le mani nei confronti del mondo. È il contrario che è vero, perché noi sentiamo che il male del mondo è talmente grande che soltanto la preghiera può venire in soccorso all’uomo. È la sola che scioglie l’onnipotenza divina, perché noi che cosa possiamo fare nei confronti di tutti questi giovani? che cosa possiamo fare? Io vorrei sapere che cosa può fare uno di voi nei confronti di tutti i drogati, che sono qui a Merano, che sono a Firenze? Che cosa può fare? Che cosa posso fare io? Che cosa posso fare nei confronti di tanti uomini, travolti dalle passioni che non soltanto non pensano a Dio, ma lo scacciano come un pensiero importuno. Che cosa possiamo fare?Abbiamo un potere sul Cuore di Dio!
Ecco quello che la Comunità ci chiede: una preghiera incessante per gli uomini. Ecco perché stasera noi abbiamo iniziato di nuovo il ritiro con la preghiera litanica. E noi sempre al ritiro facciamo precedere nel pomeriggio la preghiera litanica. La mattina c’è sempre la Messa, la sera, anche a Firenze, la preghiera litanica, che è un esporre i bisogni del mondo a Dio, perché Dio abbia pietà. È un chiedere questa misericordia divina che si deve effondere sull’abisso del male e colmare questo abisso con la divina pietà. Ecco questo noi dobbiamo fare. Tutto questo – intendiamoci – non esclude, non ci dispensa de tutto quello che il Signore ci può chiedere in quanto ci ha messo in una certa condizione, in un certo stato. È evidente che se una mamma ha dei bambini ammalati, non basta che preghi, bisogna che li assista. È evidente tutto questo, non vi dico di non far nulla. Vi dico che l’opera più importante per noi rimane quell’altra; perché il male è così profondo e così grave ed è così universale, che le nostre opere non possono far nulla. È Dio solo che può fare e noi possiamo implorare che Dio intervenga. Questo possiamo farlo. Quello che non possiamo direttamente sugli uomini, lo possiamo direttamente sul Cuore di Dio. Per quanto riguarda invece la nostra opera diretta sugli uomini: operare, assistere, partecipare all’operazione del “‘Mato Grosso”, come fa l’Anna Maria… dobbiamo fare tutto questo nella misura che è possibile. Quello che l’uomo può fare però è sempre ben povera cosa, che poi non risolve mai – intendiamoci bene – nemmeno i mali di quaggiù. Dobbiamo fare però; quello che non possiamo noi lo può Dio, che è onnipotente e Dio non lo fa se non in quanto è sollecitato dalla tua preghiera. Dopo che si è incarnato il Verbo di Dio, Dio non opera più che attraverso la mediazione dell’uomo. Perfino i miracoli: Dio non li compie, se tu non glieli chiedi. Li fanno i santi? No, li fa Dio, però, i santi son quelli che pregano per ottenerli. Dio non fa nulla senza di te. Che cosa puoi fare tu? agire sul suo Cuore. Non direttamente sulle cose, mar sul suo Cuore. Direttamente sulle cose, che cosa posso fare? Per questi milioni di giovani sbandati… che cosa posso fare? Che cosa potete fare voi direttamente? Direttamente su Dio potete tutto. Dio è onnipotente. Nella misura che veramente il nostro amore è grande, per questi popoli noi possiamo tutto su Lui. Io vi chiedo allora che le nostra preghiera sia come dev’essere la preghiera cristiana.
Come dev’essere la preghiera cristiana per i bisogni del mondo? Ricordatevi, ve lo dico in due parole, perché l’ha detto il Nuovo Testamento: dobbiamo credere all’efficacia della preghiera. (Don Divo Borsotti – Ritiro 3 marzo 1985 – Merano)

About Giuseppe Parrilla