III Domenica di Quaresima C, 3 marzo 2013

Stiamo percorrendo il cammino quaresimale seguendo le letture dellʼanno C che hanno come filo conduttore la conversione. Dopo le domeniche delle “tentazioni” e della “trasfigurazione”, vengono alcune domeniche dove viene […]

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Stiamo percorrendo il cammino quaresimale seguendo le letture dellʼanno C che hanno come filo conduttore la conversione. Dopo le domeniche delle “tentazioni” e della “trasfigurazione”, vengono alcune domeniche dove viene ripetuto lʼinvito a convertirci tornando al Signore e ad accogliere il suo perdono: la domenica prossima ci sarà la parabola del figlio prodigo, e la domenica dopo il racconto dellʼadultera e del suo perdono. Abbiamo quindi da rinnovare il desiderio di ritorno al Signore, nella convinzione che Lui è infinitamente buono e misericordioso e quindi il ritorno è possibile. Il suo ritorno ci è promesso come lʼabbiamo ascoltato nel Salmo responsoriale (cfr. Sal 102).

(A): Il brano del Vangelo è molto semplice; sono ricordati due fatti di cronaca. Il primo viene ricordato da alcuni pellegrini che interrompono il discorso di Gesù e raccontano quello che è successo di grave: Pilato ha ammazzato alcuni Galilei mentre stavano facendo dei sacrifici; quindi qualche cosa di tremendo: innanzitutto, perché il sangue dellʼuomo è stato versato insieme con quello degli animali, delle vittime, e poi perché questo è avvenuto nel tempio nel contesto di una azione sacra. Lʼepisodio deve avere colpito profondamente coloro che vi hanno assistito e chi ne ha sentito parlare. Si potrebbe leggere questo fatto in tanti modi. Lo si può leggere in unʼottica politica: quei Galilei probabilmente appartenevano ai cosiddetti zeloti che si opponevano al domino di Roma, e Pilato ha usato tutto il suo potere di repressione con quella durezza che gli era solita.

(B): Gesù propone invece una lettura di tipo religioso, in riferimento a Dio, ma anche qui una lettura precisa. Perché si potrebbe anche dire che un episodio di questo genere è segno di un giudizio di Dio nei confronti del peccato dellʼuomo, e se questo giudizio ha colto quelle persone lì, significa che queste erano peccatori in un modo particolare, quindi la punizione di Dio li ha raggiunti in un momento particolarmente significativo durante unʼazione liturgica; si potrebbe interpretare così e capita a volte che si interpreti così. Il Libro di Geremia e quello di Ezechiele raccontano che, quando cʼè stato lʼesilio di Babilonia e alcuni ebrei sono stati deportati in esilio, gli altri hanno detto: “Noi siamo i migliori, Dio ha lasciato a noi la terra, appartiene a noi, noi siamo gli eredi della Terra Promessa, e gli altri sono stati mandati via in esilio” (cfr. Ger 24, 1-10; Ez 11, 14- 21). Anche qui è un modo di interpretare gli avvenimenti dicendo che chi ha subito una sofferenza più grande deve avere un peccato più grande. Ma, sottinteso, il discorso è: “Noi, che non abbiamo subito questo, siamo fondamentalmente a posto”.

(C): Il discorso di Gesù, invece, va in unʼaltra direzione: «No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Cioè quellʼavvenimento è invito alla conversione. Poi Gesù aggiunge un secondo fatto di cronaca: «O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Che si può parafrasare così. Quando succedono disgrazie – o provocate dagli uomini come nel caso dellʼazione di Pilato, o provocate dalla natura, dalle circostanze e simili – ci viene richiamato sempre in ogni modo la fragilità del sistema del mondo. Il mondo è un sistema grande e forte e in qualche modo ci dà sicurezza. Ma tutte le disgrazie o catastrofi sono il segno che il mondo ha delle grosse crepe, e che non si può porre la propria fiducia nel mondo, altrimenti mettiamo la nostra fiducia in qualche cosa che è fragile, che ci tradisce; prima o poi il mondo ci tradirà. Allora bisogna non cadere dentro allʼequivoco di considerare la nostra tranquillità nel mondo come una sicurezza e una forza invincibile di vita. Invece proprio la fragilità del mondo diventa un richiamo a riconoscere e a cercare il regno di Dio, a vivere quello che il vangelo di Luca chiama «lʼanno di grazia del Signore».

(D): Ma che cosʼè quella conversione che viene richiamata e dobbiamo fare nostra? La conversione nasce quando ci rendiamo conto di essere lontani da Dio e quando il nostro cammino incomincia a ritornare verso di Lui, a cercare di nuovo il rapporto con il Signore. Se siamo onesti dobbiamo dire che dal Signore siamo lontani. Può darsi che qualcuno non abbia fatto dei peccati gravi, dei crimini, o cose di questo genere, questo è possibilissimo. Ma è difficile che possiamo dire di essere davvero uno strumento della presenza di Dio in mezzo al mondo; è difficile che possiamo dire che attraverso le nostre parole, i nostri gesti, le relazioni che stabiliamo con gli altri passa la presenza di Dio, la sua giustizia, la sua verità, il suo amore, il suo perdono… Siamo molto lontani. Eppure siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1, 26), e la nostra vocazione è che Dio si riconosca in noi (cfr. Ef 1, 4-5); se siamo suoi figli, gli dobbiamo pure assomigliare in qualche cosa. Questo ci dà la percezione che abbiamo bisogno di convertirci, che non possiamo sentirci a posto e tranquilli. Per questo dobbiamo riprendere con pazienza e perseveranza il cammino di ritorno a Dio.

(E): Il cammino della conversione è innanzitutto etico, di rinnovamento del nostro modo di pensare e di operare delle decisioni. San Paolo direbbe, riassumendo tutte le dimensioni della etica: «fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene» (Rm 12, 9). “Fuggite il male con orrore” anche quando il male è vantaggioso ed è gratificante, anche quando vi permette di affermare voi stessi al di sopra degli altri. Attaccatevi al bene lo stesso anche quando costa, anche quando vi fa sperimentare lʼumiliazione o il rifiuto da parte degli altri o la debolezza dentro al sistema del mondo. E questo per san Luca è il primo aspetto fondamentale di una conversione autentica.

(F): Ma cʼè un altro aspetto importante: lʼetica viene ricondotta in un modo diretto a Dio: la nostra vita deve diventare espressione della presenza di Dio in noi; Dio ci usa misericordia, e allora noi diventiamo misericordiosi; lo Spirito di Dio è versato dentro ai nostri cuori, e allora noi diventiamo capaci di amare con lʼamore di Dio; non semplicemente con un amore umano, ma con lʼamore che ha i lineamenti dellʼamore di Dio. Cʼè allora una conversione nella nostra vita che consiste «nellʼamare Dio con tutto il cuore, con tutta lʼanima e con tutte le forze» (Dt 6, 5). E quando avviene questa conversione, allora tutte le cose del mondo diventano relative, e tutto quello che facciamo acquista un valore nuovo immenso; come scrive san Paolo: «(…) fate tutto per la gloria di Dio (…) Sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa (…)» (1 Cor 10, 31). Nelle piccole cose banali della vita di tutti i giorni sta dentro «la gloria di Dio», sta dentro «lʼamore di Dio». Allora queste piccole cose acquistano un valore grande, diventano rivelazione della presenza del Signore in mezzo agli uomini. E questa è la conversione che ci viene chiesta.

(G): Poi il Vangelo continua con una parabola. Cʼè un padrone che ha piantato un fico, dopo tre anni il fico dovrebbe produrre frutti, invece sembra essere un fico sterile. Il padrone prende la decisione di tagliarlo, e vuole dire evidentemente che il problema è serio. Cʼè lʼintercessione del servo che apre invece la possibilità di un periodo di prova ulteriore, un altro anno; che cosa vuole dire questo? Vuole dire che il tempo in cui noi viviamo è il tempo della pazienza di Dio. Dio, invece di giudicare subito la nostra sterilità – cioè la nostra incapacità di portare frutto, perché “frutto” per il Nuovo Testamento è quello della carità (cfr. Gal 5, 22), quindi di fronte alla nostra incapacità di produrre amore –, ha sospeso il suo giudizio, lascia un anno di tempo. E ancora, è lʼ«anno di grazia», lʼanno di misericordia del Signore. La pazienza di Dio deve diventare un invito pressante alla conversione.  (http://www.diaconia.it)

 

 

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