V Domenica di Quaresima / C

Is 43,16-21 – Sal 125 – Fil 3,8-14 – Gv 8,1-11   Commenti alle letture PECCATO E PERDONO Il tema del peccato è di casa in Quaresima, almeno tra cristiani. Non […]
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adulteraPECCATO E PERDONO

Il tema del peccato è di casa in Quaresima, almeno tra cristiani. Non lo è per il mondo e la cultura in cui viviamo, anche se il senso del male, della colpa, del rimorso non può non essere problema per ogni anima sensibile.
Oggi l’episodio dell’adultera ci pone in un modo emblematico di fronte al peccato come è visto e come è risolto da Dio. Forse questo ci aiuterà da una parte a cogliere il vero senso del peccato – e la sua più vera gravità; e dall’altra a evitare di ricercare al di fuori del rapporto con Dio soluzioni e rimedi che alla fine, non toccando la nostra più profonda radice e identità, non giungono a pacificare il cuore e a ridare piena salvezza.

1) IL PECCATO

Questa donna è portata davanti a Gesù. Solo davanti a Dio l’uomo può essere giudicato nella sua più profonda coscienza. Del resto è davanti a Lui e in vista del rapporto con Lui che uno può essere valutato come uomo riuscito o meno. Certo il peccato è infrazione di una legge; il peccato è rottura di rapporti anche sociali e fraterni; è errore e diminuzione di qualcosa di sé: tutti elementi che richiedono riprovazione e giudizio anche umano. Ma l’uomo alla fine è chiamato a divenire erede di Dio: da questo suo unico fine gli verrà il giudizio e la misura ultima del suo agire morale. Il senso vero del peccato è l’offesa e il rifiuto di Dio.
Si parla qui di donna adultera; e la risonanza biblica è immediata al tema appunto del peccato come adulterio. La vicenda personale di Osea ne è come l’icona. Costui aveva sposato una donna cui voleva molto bene. Da lei aveva avuto tre bei bambini. Dopo dieci anni di matrimonio la donna lascia marito e figli e segue altri amanti. Osea ne è sconcertato. Proprio qui interviene Dio che invia Osea ad essere profeta in Suo nome; a dire cioè che quella sua angoscia di essere stato tradito è l’angoscia stessa di Dio che si vede abbandonato dal suo popolo. Il rapporto con Dio è questione d’amore. E’ più precisamente risposta d’amore ad un amore che ci precede, ci crea, ci cerca per una comunione di vita addirittura divina, fino a divenire parte di Casa Trinità, simili a Lui. Il peccato è rifiuto dell’amore divino per trovare sicurezza in altri amanti.
Questo succede a tutti. “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Da Adamo in poi ogni uomo è stranamente tentato di passare sotto le bandiere di quel primo ribelle; e vi consente. Con tutte le conseguenze del caso: “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato” (Rm 5,12). Questo fatto ci rende tutti alla pari, meschini e bisognosi di una salvezza che non può più venire da noi, tanto profondamente questo peccato ha ferito l’uomo. Scrive san Paolo: “In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18). C’è in sostanza qualcosa di rotto nell’uomo che deve essere aggiustato e non da sé ma solo per intervento salvifico di Dio. Che è appunto quanto l’episodio di oggi propone.

2) IL PERDONO

“Donna, neanche io ti condanno”. Quando in questa strana coppia costituita da Dio e da ognuno di noi, il partner umano viene meno, il Partner divino non ha altra scelta che la misericordia e il perdono. Sempre nella vicenda emblematica di Osea, Dio dice al profeta: “Va ancora, ama la tua donna: è amata dal marito ed è adultera, come il Signore ama i figli di Israele ed essi si rivolgono ad altri dei” (Os 3,1). Capita del resto così anche al cuore di una mamma di fronte al figlio più discolo: “Cosa vuoi farci… o masall o mantegnill (o ammazzarlo o mantenerlo!)”. Questo è il cuore più profondo di Dio, che Gesù è venuto a descriverci con le sue parabole e i suoi gesti: lui il buon pastore, lui il buon samaritano, lui che sa rivelarci la compassione del Padre per ogni figlio prodigo che siamo noi. E’ la soddisfazione più grande di Dio quella del perdono: “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte..” (Lc 15,7). Commentando questo episodio evangelico sant’Agostino conclude: Tutti se ne sono andati; sono rimasti solo l’adultera e Gesù, misera et misericordia!
Certo, la misericordia di Dio non è indifferenza di fronte al male. “Va’ e d’ora in poi non peccare più”, dice Gesù a quella donna. La misericordia di Dio è per restaurare un’anima e riavviarla al bene; è il modo sublime e discreto di Dio di riportare un cuore alla rettitudine, cioè, in sostanza, il suo modo di “fare giustizia”. Cosa che è propria di Dio, perché radicata su un amore che è gratuito e fedele, non condizionato dal merito umano. Il peccato è perdonato perché la misericordia precede il peccatore e lo attende per investirlo di una manifestazione più gratuita e più grande ancora d’amore che è il perdono. O felix culpa, è stato scritto, perché – dice sant’Ambrogio – non ci avrebbe giovato nulla essere stati creati se ci fosse mancata la grazia di essere redenti!
Il silenzio e l’umiltà della donna dice la sua disponibilità alla conversione e la stima per quell’amore gratuito che l’ha investita. Il pentimento è condizione indispensabile a che la misericordia di Dio possa entrare in casa nostra e rifarci il cuore. E’ la grazia della Riconciliazione, e il dono dello Spirito Santo. Dopo il battesimo, la Chiesa dispone di questo sacramento che continuamente ci rinnova. Dio – come è detto nella prima lettura – è pronto dopo il primo esodo a rinnovare la liberazione ancora una volta. E’ impegno nostro che si deve rinnovare, soprattutto in vista della Pasqua. Il sacramento è appunto il gesto di Cristo che si prolunga fino a noi oggi per toccarci e rinnovarci. Ci ridona pace interiore e serenità di fronte a Dio; e ci fa alzare il capo anche davanti agli uomini, perché li sappiamo tutti bisognosi come noi del medesimo perdono.

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Naturalmente tutto il discorso tiene se si ha la convinzione di Paolo, espressa oggi nella seconda lettura: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose”. Il punto è lì: credere che possedere Dio è possedere tutto; il resto è relativo, anzi semplice “spazzatura”.
Questa radicalità di giudizio è la grazia più grande che dobbiamo chiedere allo Spirito Santo nella prossima celebrazione pasquale alla quale ci stiamo preparando vivendo bene questa Quaresima. http://www.donromeo.it/html/omelie/Vquro_C.htm

 

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