Frasi di S. Francesco

Riflettiamo su alcune frasi di San Francesco di Paola divenute molto famose per la profondità di vita spirituale che il Santo trasmetteva e inculcava presso tutti.

Avviene non di rado che l’intero pensiero e l’impostazione delle idee presso le persone più famose si riscontrano in certe massime da loro proferite, che li hanno resi famosi e che contribuiscono a renderne perpetua la memoria. L’epitome di tutta un’impostazione culturale e di pensiero molte volte è riportata più in una sola frase circostanziale, piuttosto che in interi volumi di scritti a volte ampollosi e confusionari.

I Santi non fanno eccezione su quanto abbiamo detto, e anzi è proprio l’esternazione di un solo piccolo detto che contribuisce a renderci l’idea di come essi abbiano inteso il loro rapporto con Dio e il loro intero itinerario di perfezione evangelica. Ed eccoci a San Francesco di Paola, uomo semplice e per nulla erudito, ben lontano dalla raffinatezza delle persone di cultura elevata, che comunque ha reso esplicito il suo messaggio oltre che nella prassi del quotidiano di umile frate, anche in determinate brevi espressioni; fra tutte cercheremo di analizzarne alcune. Non ci limiteremo tuttavia ad analizzare la sola frase da questi proferita, ma noteremo come essa faccia eco alla moltitudine dei passi scritturali e corrisponda alle esigenze di vita in vista del Regno.

“A chi ama Dio tutto è possibile”

Questa è una delle espressioni molto significative che San Francesco aveva sulle sue labbra in parecchie circostanze della sua vita, sia che si trattasse di gestire l’andamento della dimensione conventuale dei frati di cui era stato Fondatore (i futuri Minimi), sia che si trattasse di avvicinare la gente per arrecare una buona parola di conforto, consiglio esortazione. Ma che cosa spronava San Francesco a coltivare la convinzione che “tutto è possibile a chi ama Dio”? A partire da quali elementi egli si era procurato questa certezza, che sembrava animare tutta la sua vita ed essere il punto cardine dei suoi contatti con gli altri?

E’ semplice. Francesco era forte della propria esperienza di comunione con il Signore e soprattutto aveva sperimentato in prima persona che qualsiasi obiettivo o finalità noi si voglia raggiungere ci è possibile non già appellandoci alle nostre sole forze e confidando nei vani espedienti dell’umano, ma solo a partire dalla nostra fiducia in Dio. In altre parole, Francesco aveva sperimentato nella sua vita che ogni cosa dipende da Dio, specialmente per quanto riguarda i nostri progetti e i nostri propositi di bene, e lo aveva esperito in parecchie circostanze eclatanti, come anche nelle comuni occasioni del quotidiano. Attraversando lo stretto di Messina a bordo del proprio mantello perché un traghettatore (che poi ripentirà amaramente del diniego) si era rifiutato di condurlo al lido siculo senza spesa; prendendo più volte i tizzoni di carbone ardenti con le mani senza riportare ustione alcuna; uscendo illeso dalla fornace ardente del Santuario di Paola le cui fiamme minacciavano di distruggere le travi e in tante altre occasioni, Francesco aveva sperimentato che Dio è veramente grande e fa’ grandi cose per chiunque confidi nella sua grazia e nella sua misericordia, proprio come aveva affermato Gesù: “Voi farete cose più grandi di me;”. Egli infatti esperiva la promessa divina che nel nome di Cristo tutto è possibile, mentre senza l’affidamento a Lui nessun obiettivo potrà mai essere raggiunto. Gesù lo aveva detto con chiarezza: “Senza di me non potete far nulla” e allo stesso tempo aveva anche promesso che chiunque si affidasse a Lui avrebbe avuto potere di compiere perfino miracoli e prodigi…

Ma non si deve credere che tale certezza “A chi ama Dio nulla è impossibile” sia stata evinta da Francesco nei soli fatti miracolosi: in tutte le dimensioni ordinarie del vissuto e nel

contesto generale della quotidianità Francesco riscontrava la presenza continua di Dio e godeva del suo intervento illuminante, specialmente nelle occasioni e nelle circostanze difficili della vita religiosa, nella quale trattare con i confratelli e governare i sudditi rivestendo un ruolo di responsabilità comporta sempre avversità, immolazioni e operare delle scelte risolutive è cosa tutt’altro che semplice; come anche nella vita quotidiana di apostolato in mezzo alla gente Francesco doveva coltivare una pazienza non indifferente nell’apportare la propria parola adeguata a tutte le circostanze, nel sopportare quanti lo biasimavano ritenendolo un impostore facinoroso ed esibizionista e nell’esortare i reprobi e i recidivi all’osservanza della parola di Dio. Eppure proprio in queste circostanze comuni della vita il Padano sperimentava che ogni sua risposta e ogni atteggiamento da assumersi gli derivavano per ispirazione divina, così come promette il libro della Sapienza quando offre criteri di valutazione adeguati a tutte le circostanze nonché il dono del discernimento in tutte le situazioni della vita, specialmente quando si debbano prendere decisioni importanti: Salomone chiese e ottenne da Dio il dono della Sapienza per la rettitudine del governo e il testo del medesimo Libro (cap 6) afferma che sarà avvantaggiato chiunque si lasci guidare da essa. Francesco esperì infatti la verità di tale dono in tutte le dimensioni della vita e potè asserire che a ci ama Dio tutto è possibile, sulla scia di San Paolo che a sua volta affermò: “Tutto posso in Colui che mi da’ la forza.”. E il dono della Sapienza corrisponde anche a quello dello Spirito Santo: è infatti l’agire santificante di Dio che illumina tutti i passi della nostra storia e incute sempre forza,vigore, decisione e capacità di scelta operativa in ogni ambito, in quanto uno dei doni dello Spirito consiste nel discernimento, ossia nella capacità di intravedere la volontà di Dio in tutte le situazioni e di agire in conformità al Suo volere in ogni occasione felice o avversa.

Per quello che riguarda noi

Venendo adesso al messaggio che Francesco rivolge attualmente a ciascuno di noi attraverso tale espressione che abbiamo analizzato, cercheremo innanzitutto di renderci conto che un Santo non è affatto un Superuomo. Santo è infatti chiunque si impegna appieno nella propria vita battesimale, cercando di imitare Gesù Cristo alla perfezione, e questo corrisponde alla vocazione universale nella Chiesa: prescindendo infatti da quale possa essere l’ambito specifico in cui siamo collocati per vivere il nostro cristianesimo (in altre parole, la nostra vocazione specifica) la Chiesa ci ricorda che noi si possiede in quanto battezzati la vocazione universale alla santità, secondo lo stesso invito di Cristo: “Siate perfetti (santi) come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli”, che fa’ eco a quello del libro del Levitico: “Siate Santi perché io, il Signore vostro Dio, sono Santo”. Questi personaggi da noi oggi venerati agli altari ci rammentano nella attualità della loro vita che il raggiungimento di tale obiettivo non è cosa impossibile a farsi. Già la vita di Cristo e la Sua parola sono di per sé sufficienti a farci riscoprite l’importanza della vita secondo Dio, ma il supporto di persone che hanno vissuto come noi in epoche in fondo non differenti dalla nostra dimensione culturale e a volte anche peggiori ci aiuta a considerare che di fatto vi sono già stati uomini capaci di rispondere alla vocazione primaria alla santità e che anche noi si può benissimo pervenire a tale risultato, molto promettente per la realizzazione presente su questo mondo e per il conseguimento della beatitudine eterna nell’altra vita. Basta usufruire dei mezzi immancabili della grazia di Dio e, non scoraggiandoci nelle prove e nelle tentazioni, adoperare il libero arbitrio e la buona volontà in direzione della fedeltà a Dio. Vivendo cioè, come lo stesso Francesco affermava “Secundum Deum”.

Premesso tutto questo, ci domanderemo che valore assume per noi la pedagogia “A chi ama Dio tutto è possibile, con la quale, abbiamo notato, il Padano non faceva altro che ribadire esistenzialmente la Parola di Dio medesima. Innanzitutto, prestiamo attenzione a tutte le volte

in cui noi ci siamo imbattuti in circostanze di disfatta e fallimenti nella realizzazione dei nostri progetti… Perché avviene che falliamo? Perché avviene che in molte circostanze noi si ottengano risultati del tutto opposti alle nostre aspettative?

Certamente per il fatto che, come la vita stessa insegna, qualsiasi obiettivo noi ci si possa prefiggere, come anche qualsiasi opera nobile e proposito inerente il bene, non è esente da fallimenti e rischi. Affermava Marco Masini in una notissima canzone “Ma la musica è cattiva, è una fossa di serpenti e per uno che ci arriva, quanti sono i fallimenti… ” rivendicando una certezza che è comune della nostra esperienza, ossia che un qualsiasi successo o una conquista non può non essere preceduta da sconfitte, umiliazioni, momenti di sconforto e tentazioni di gettare la spugna. In questi casi occorre non lasciarsi mai sedurre dalla tentazione di cadere nella morsa dell’abbattimento e persistere sempre con insistenza verso l’obiettivo, provando e riprovando, giacché batti e ribatti… si piega anche il ferro e i nostri sforzi attuali non sono paragonabili – dice San Paolo ai Romani – alle ricompense che ci attendono in futuro. Ma soprattutto occorre confidare nella presenza continua e incoraggiante di Dio che, avendoti collocato davanti una via e un obiettivo da raggiungere non mancherà di fornirti tutti i mezzi per poterlo portare a compimento. E fra questi mezzi, vi è anche il dono della perseveranza, pazienza, umiltà e costanza di spirito; così avvenne per Elia, perseguitato dalla Regina Getzabele in seguito allo sterminio dei 450 profeti di Baal che ad un certo punto, abbattuto e sconsolato, abbandonò il suo fisico all’ombra di un ginepro con la convinzione di non saper lottare più o di dover porre fine ai suoi giorni: “Signore prendi la mia vita”; e in questo caso Dio per tutta risposta gli fece trovare del cibo e dell’acqua, nonché l’esortazione: “Alzati e mangia, perché è ancora lungo per te il cammino…” Possiamo insomma affermare che in primo luogo, la frase di Francesco suoni per noi come invito a coltivare la fede in Dio e a non scoraggiarci nel momento dell’angoscia e della difficoltà, specialmente quando sia difficile perseguire le nostre mete e ci sembra che l’intero mondo ci sia avverso: a chi ama Dio, non è affatto impossibile trovare sostegno e rifugio, ma soprattutto costanza nella lotta e determinazione e finalmente a chi ama Dio non è impossibile vincere tutte le battaglie. Quello che conta è appunto, riporre la propria fiducia in Dio e non lasciarci sedurre dalla tentazione, anch’essa invitante, di collocare noi stessi al posto di Dio nelle vicissitudini di tutti i giorni. E’ una costante della vocazione (di qualunque tipo si tratti) affrontare rischi e minacce di lotte e contrarietà, ma è altresì vocazione perseverarvi fino in fondo giacché, Dio presente e accondiscendente ai nostri progetti, nulla e nessuno sarà mai in grado di ostacolarci e considerare appunto il solo obiettivo senza attribuire troppa importanza agli ostacoli ci è di aiuto al raggiungimento di ogni cosa.

Se consideriamo infatti una seconda motivazione possibile delle nostre sconfitte e delle disfatte che possono interessarci, noteremo che queste hanno luogo specialmente quando si omette di considerare che le nostre sole forze e le nostre capacità sono insufficienti per raggiungere questo o quell’obiettivo. Quante volte ci sin tuffa in determinate azioni o esperienze delicate riponendo esclusiva fiducia nelle nostre competenze, solo perché affascinati dalla novità dell’esperienza o perché ci piace la collocazione o il ruolo che ci si prospetta? Quante volte omettiamo di domandarci se quel determinato compito corrisponde alla volontà di Dio su di me, o se io possiedo le caratteristiche e le potenzialità per poterlo svolgere? Con le logiche conseguenze che ci avvediamo troppo tardi dell’inconsistenza delle nostre scelte trovandoci disorientati a nostra volta e arrecando malessere e disorientamento in coloro che ci stanno attorno… E in tutti i casi, quante volte trascuriamo di premettere il nostro debito affidamento al Signore in tutte le circostanze e gli obiettivi che ci poniamo?

Occorrerebbe allora ribadire più volte a noi stessi il monito di Gesù: “senza di me non potete far nulla” ma considerare questo non già sotto la valenza di negatività, bensì nella garanzia in positivo che esso contiene e che Francesco sottolinea sulla scia di Paolo: “A chi ama Dio tutto è possibile”. La vita stessa e tutto quello che vogliamo ci è possibile in altre parole solo dopo un costante affidamento a Dio e alla sua volontà, dopo una relazione amorosa che intercorre

fra noi, Lui e (cosa evidente) il nostro prossimo, giacché del resto è Gesù Cristo che ci conduce al Padre notificando sempre la certezza per cui” Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, Egli ve la concederà.” Nel Suo nome però, non nel nostro!

“Va’ purifica la tua casa, cioè la tua coscienza, e poi torna”

Anche se parecchie volte non ci si fa caso, tutte le faccende personali che noi vorremmo mai porre alla conoscenza degli altri avvengono sempre nel focolare domestico. Dove infatti noi riponiamo gli oggetti più significativi che hanno riguardato momenti eccezionali della nostra vita, quali un anello, una collana d’oro o un braccialetto, se non nel fondo di un cassetto del nostro comò? E dove riponiamo il nostro diario personale, che riporta avvenimenti di ogni giornata legati a pensieri, emozioni ed impressioni se non in un armadio, o addirittura sotto il materasso, in modo tale che nessuno lo possa scorgere e sfogliarne le pagine? E’ insomma nella nostra casa che noi si coltivano le cose più intime e più personali. Tuttavia la “casa” è anche la dimensione, nonché il luogo, nel quale si svolgono certi fatti familiari che mai immagineremmo di voler comunicare agli altri, eccettuando il Confessore; ci stiamo riferendo alle piccole tensioni fra marito e moglie, fra genitori e figli cha parecchie volte avvengono per motivi banalissimi e privi di importanza, o ad altre situazioni particolari che avvengono a casa nostra e che giustamente a nessun altro devono interessare. Abbiamo detto poc’anzi: eccettuando il Confessore. Questo tuttavia non perché il sacerdote al quale noi ci confidiamo abbia diritto (di per sé) di ascoltare le nostre confidenze, ma solo ed esclusivamente perché lui possa valutare la situazione nella quale ci troviamo con estrema obiettività per poterci venire in aiuto o per dare l’indicazione esatta alla soluzione del problema; non per nulla noi sacerdoti si è tenuti al sigillo (segreto) inviolabile della Sacramento: affinchè noi non ci si debba “impossessare” di quanto appartiene al Signore e al penitente.

Per dirla insomma con una famosa frase, “i panni sporchi si lavano in famiglia” e nessuno che si reputi una persona decorosa e rispettabile si permetterebbe mai di riferire a terzi quanto di sconcertante e di brutto possa avvenire dentro le nostre mura.

san-francesco-di-paola_de-ribeiraEcco perché San Francesco paragona la coscienza alla “casa”; è all’interno della coscienza che si verifica la realtà effettiva dei nostri sentimenti e delle intenzioni ed è proprio essa il criterio di giudizio per valutare la legittimità di un’azione che abbiamo appena compiuto.

Se abbiamo appena maledetto interiormente un nostro collega di lavoro, un vicino di casa o un parente senza tuttavia esternare il nostro risentimento nei suoi confronti, certamente questi non potrà mai rendersene conto, né potrà mai verificare i sentimenti che abbiamo nei suoi confronti; tuttavia noi siamo interpellati in quella che è la parte più intima della nostra persona, appunto la coscienza, la quale ora può condannarci, ora biasimarci, come anche esaltarci e concederci dei premi. E la nostra coscienza è anche il criterio nel quale Dio opera il suo giudizio relativamente al nostro comportamento verso di Lui e verso il prossimo; ma per comprendere meglio questo assunto occorrerebbe che premettiamo anzitutto questo: nella Bibbia il termine “coscienza” così come noi lo concepiamo non appare mai se non in sparuti ed isolate circostanze delle lettere di San Paolo (solo 2 volte), mentre in tutti gli altri luoghi della scrittura esso non viene mai menzionato; vi sono tuttavia parecchi riferimenti che ne affermano l’idea e ne rafforzano in tutti i casi il significato: nell’Antico Testamento, se anche non si parla di “coscienza” si utilizza spesso comunque il termine altrettanto significativo di “cuore”, così anche nel Nuovo Testamento e negli insegnamenti di Gesù. Il che significa che Dio, piuttosto che alle azioni come dato compiuto, buone o cattive che siano, preferisce osservare le intenzioni di “cuore”; ovverosia se il cuore in quella determinata circostanza è orientato verso Dio o verso il peccato, se noi siamo intenti a coltivare il solo esclusivo nostro tornaconto piuttosto che l’apertura verso la Sua Parola; e così Gesù non condanna soltanto

l’adulterio in quanto atto compiuto, ma ammonisce che “chiunque guarda una donna con desiderio ha già commesso adulterio nel suo cuore.” Nell’ottica di Dio viene considerato infatti lo stato delle intime intenzioni che precedono le azioni e sulla base di quelle noi verremo giudicati. Ne deriva allora che – cosa del tutto vera e fondata!- le cattive azioni derivano da una pessima impostazione del nostro cuore e sono sempre i sentimenti che fondano le malvagità. Ecco perché occorrerebbe innanzitutto che noi si venga istruiti e formati su una rettitudine di coscienza e educati costantemente al senso della responsabilità, del dovere e alla irreprensibilità delle nostre azioni: finché non vi sarà una retta concezione dell’agire morale, occorrerà che perfino ciascun singolo cittadino venga continuamente sorvegliato dalla forza pubblica e se non vi è una formazione etica fondata e corretta secondo il retto agire fenomeni di cronaca quali lo scandalo finanziario ed economico saranno sempre all’ordine del giorno. Per formazione alla rettitudine morale dobbiamo intendere però la coltura del nostro cuore orientato verso Dio, cioè l’apertura del cuore e della volontà verso di Lui in tutte le circostanze e in tutti i settori della vita. Se è vero infatti che Dio guarda alle intenzioni del cuore, è altrettanto vero che – dice la Bibbia -Egli non abbandona mai un cuore contrito e umiliato e garantisce ricompense adeguate a chi “ritorna a Lui con tutto il cuore”, vale a dire orientando sentimenti, pensieri, impressioni e conseguenti azioni in direzione di lui. Cercare Dio con tutto il cuore vuol dire collocare Questi al primo in ogni ambito e settore della nostra vita, confidare in Dio in tutto quello che ci viene richiesto e in tutto quello che ci viene garantito, e questo comporta come conseguenza il retto agire in direzione degli altri e di Dio stesso.

Bando però alle riflessioni e alle congetture in astratto, osserviamo adesso come lo stesso Francesco operasse secondo il retto agire di coscienza e come le sue azioni presupponevano una formazione alla rettitudine di coscienza. Di fronte ad una ingente offerta di denaro e ad una proposta di prosperità e di ricchezza definitive, chiunque resterebbe allettato e sarebbe capace di lasciarsi sedurre; così non fu per il Santo Padano quando, alla corte del re di Napoli Ferrante d’Aragona che lo stava ospitando mentre era di passaggio verso la Francia, riceve dallo stresso monarca un cofanetto traboccante di monete d’oro per l’edificazione dei conventi nel regno di Napoli: “Maestà” .- osserva Fratesco raccogliendo una moneta dal mucchio – Questo denaro è frutto di innumerevoli frutti e fatiche affrontate dai vostri sudditi, continuamente costretti a tasse e gabelli con cui voi mirate ad attorniarvi ricchezze… ” E rifiutando pertanto quella consistente offerta, spezza in due quella moneta d’oro che aveva fra le dita e da essa si sprigionano miracolosamente alcune gocce di sangue: “E’ il sangue dei vostri sudditi che avete sempre vessato” Commenta poi il Padano. Poco tempo prima, sempre presso la Corte di Re di Napoli (oggi il Maschio Angiono), trovandocisi in tempi di Quaresima e dovendosi osservare il digiuno completo, pieno di puntiglio Francesco rifiuta di sedere alla tavola regale per il pranzo e si ritira nella stanza assegnatagli. Alcuni cortigiani si fanno beffe di lui, dileggiando la sua astinenza dai cibi e il suo accanimento per la Quaresima. Nel tentativo di fargli un dispetto, d’accordo con il re anch’egli intento a sbeffeggiare il frate, ammanniscono un vassoio pieno di pesci fritti ben conditi e succulenti e glielo recano nella stanza, convinti di riuscire a prenderlo per la gola e di poter provare la falsità del suo carisma penitenziale; ma dopo un po’ ritornano inebetiti e stralunati con in mano lo stesso vassoio di pesci… tornati in vita! “Riferiscono al monarca un messaggio dello stesso umile fraticello: “Come io ho restituito la vita a questi pesci, voi, maestà, dovete rendere la vita ai vostri sudditi cha da parte vostra ne sono stati privati per i continui vostri salassi di tasse e gabelli.”

E precedentemente, in un’altra occasione a Paola, un contadino gli reca in dono un cesto colmo di prugne. Francesco mette mano a quel cesto di frutta e separa alcune prugne da altre; poi, rivolto al contadino, additando di volta in volta quella frutta commenta: “Fratello, queste prugne le posso accettare in quanto sono vostre; queste altre invece non posso prenderle poiché le  avete prese  dal  giardino  del vostro  vicino.  Dovete restituirle  al legittimo proprietario.” In quell’epoca non differente dalla nostra per quanto riguarda l’aspirazione all’utilità immediata e al guadagno con facile successo, in cui anche l’illecito diventava legittimo pur di fare denaro, Francesco si rende contestatore di quel periodo non soltanto rispondendo della propria coscienza in forza della sua appartenenza a Dio, ma anche interpellando la coscienza altrui e smovendola attraverso questi e altri moniti. Non possiamo fare a meno di aprire una parentesi importante riguardo ai miracoli che Dio operava in San Francesco e che noi stiamo riportando in questa predicazione: se è vero che il Paolano è stato assertore della grandezza divina anche attraverso opere straordinarie che Dio compiva in lui, è altrettanto reale che non sono i miracoli in se stessi a qualificarlo come persona virtuosa. Di ogni evento soprannaturale che viene descritto non va considerato il carattere di eclatanza e di straordinarietà, né il fatto che in questo uomo Dio avesse compiuto prodigi punto e basta. Quello che va’ evinto è piuttosto il contenuto intrinseco ad ogni prodigio miracoloso, che rispecchia sempre un monito del Vangelo e per ciò stesso ribadisce l’insegnamento di Gesù. In altre parole, ogni miracolo che compiva il Santo ci parla della volontà di Dio e esprime un particolare insegnamento da parte di Gesù Cristo, e nel caso appena descritto rivendica la pedagogia divina della giustizia, dell’equità e soprattutto della perfezione morale.

Per quello che riguarda noi

La frase di San Francesco è riportata in grossi caratteri sulle parerti del Santuario di Paola appena accanto alla freccia che indica la direzione verso i Confessionali. Essa infatti è un invito a “pulire la nostra casa”, cioè a mondare la coscienza dalle aberrazioni e dal vizio di cattive inclinazioni, pensieri o azioni perché questo si possa realizzare nulla di meglio Dio ha messo a nostra disposizione se non il Sacramento della Riconciliazione. Di questo sacramento occorrerebbe ci innamorassimo e ci affascinassimo e che vi ricorressimo tutte le volte che la nostra coscienza ci rimproveri qualcosa. E al Confessionale occorre che ci avviciniamo con la convinzione che, indipendentemente dal fatto che noi si possa omettere qualche peccato al sacerdote per paura, vergogna o timidezza, Dio ha già scrutato il nostro intimo e valutato la nostra reale disposizione di cuore, e pertanto se da una parte noi possiamo ingannare il sacerdote, non avverrà mai che inganniamo il Signore il quale _cosa certa- considera nulla la nostra confessione qualora celiamo volontariamente un peccato per il semplice fatto che chi nasconde le proprie colpe indubbiamente non si è pentito di averle commesse. Se si fosse pentito con sincerità e contrizione di cuore sarebbe infatti disposto ad accettare di buon grado anche gli eventuali rimbrotti del confessore; e in tutti i casi, nascondere una mancanza per paura o vergogna vuol dire trasgredire il Sacramento, ed è per questo che il Catechismo insegna che omettere volontariamente di confessare un peccato corrisponde a sacrilegio.

52-con-mariapComunque sia non è il timore della riprovazione del sacerdote che deve incuterci a confessare le nostre colpe, quanto piuttosto la convinzione morale che noi si è stati redenti da Cristo e chiamati ad agire secondo una legge di libertà e di responsabilità. Come afferma San Paolo, infatti, noi non siamo più sottomessi ad una legge costituzionale intrisa di precetti, decreti e prescrizioni da ottemperarsi alla lettera sotto pena e condizione, ma ad una legge di libertà che ci è stata comunicata dallo Spirito e per la quale siamo resi figli di Dio. In altre parole, è sempre il senso del dovere interiormente coltivato e la responsabilità che sappiamo di avere nei confronti di Dio e del prossimo quella che deve incuterci la premura di mondare la nostra coscienza aprendoci al confessore, soprattutto considerando che dietro al ministro vi è sempre l’amore di Dio, disposto a riconciliarci con sé tutte le volte che ci ravvediamo nelle nostre mancanze mostrando dolore per i peccati commessi.

Quello che conta è quindi saprei rispondere a nuli’altro che alla nostra coscienza e per ciò stesso al Signore medesimo. Questo non soltanto per quanto riguarda la confessione sacramentale, ma anche la vita di ortoprassi e di comportamento retto.

Chi agisce secondo la propria convinzione di coscienza sapendo di adoperarsi in quella e questa circostanza senza la minima intenzione di lesione alcuna nei riguardi di Dio e/o del prossimo può restare imperterrito e costante anche di fronte ad eventuali giudizi e mormorazioni da parte degli altri: che peso possono avere per me le considerazioni o i giudizi in negativo che altri mi rivolgono o che certe voci mettono in giro sul mio conto, se io sono convinto obiettivamente di aver agito secondo rettitudine morale e in piana convinzione di ciò che è bene e di ciò che è male? Certo, qualora mi avvedessi di deviare dalla giustizia correggerò immediatamente il tiro, ma non potranno lenirmi le insinuazioni degli altri, visto che è mio obiettivo quello di rendere conto al Signore e alla mia coscienza di ogni cosa.

Purché tuttavia si renda conto alla propria coscienza. Intorno a questo occorrerebbe che ci analizzassimo, onde poter riscoprire se il nostro comportamento è ancora legato ad una legge di schiavitù per la quale obbedisco alla norma per timore di una pena o piuttosto ad una convinzione di fondo che mi invita a coltivare il senso di responsabilità e di rettitudine nel collettivo. In termini concreti, quando parcheggio la mia automobile evitando zone di sosta vietata, lo faccio perché convinto dell’utilità che sto arrecando al bene comune, oppure perché timoroso di una pena pecuniaria? Se io non uccido o non rubo lo faccio perché formato ad una logica evangelica dell’amore al prossimo e della solidarietà oppure perché timoroso di essere perseguito dalle forze dell’ordine?

Come abbiamo affermato sopra, nella misura in cui si è formati ad una correttezza etica nonché al senso della giustizia e dell’apertura agli altri si potrà essere graditi a Dio, e questo ci condurrà ad edificare il mondo, il quale non potrà mai cambiare se non a partire da noi stessi.

“Evitino il troppo parlare, che non è mai esente da colpa”

La frase di cui ci occuperemo oggi è riportata nella stesura definitiva della Regola di San Francesco di Paola per il suo Ordine Religioso, approvata da papa Giulio II nei primi anni del 1500; tuttavia ciò non vuol dire che essa sia limitativa alla sola Vita e Regola dei Religiosi. In tutte le sfaccettature della vita associata e aggregativi infatti può risultare determinante il retto impiego della parola e vi sono circostanze nelle quali si cade irrimediabilmente in certe trappole quando si ometta di adoperare i termini più consoni alla situazione o si adoperino parole non appropriate che possono risultare lesive ed offensive. Ce ne accorgiamo tutte le volte che si solleva un grosso polverone in conseguenza di un termine fuori posto di cui hanno fatto uso i mass media, giornalisti, uomini della tv e altre autorevoli personalità, ma anche quando noi, nel comune uso della parola, se pure inizialmente motivati da rette intenzioni, per colpa della loquacità eccessiva precipitiamo nella morsa del cattivo uso semantico o dei termini inappropriati che offendono altri. Che si debba continuamente restare in silenzio e chiudersi nell’assoluto mutismo, questo è sconveniente in quanto molte volte (eccettuando casi di timidezza) può essere indice di egoismo e di preclusione alla comunicativa con il prossimo, ma è tuttavia pericoloso che si ricorra alla parola spropositatamente e senza adoperare un opportuno autocontrollo nell’impiego della lingua. Usare eccessiva loquacità, anche nelle comuni circostanze della vita e nelle situazioni di allegria, a lungo andare può condurre il soggetto infatti a non riflettere più su quanto sta dicendo, a non ponderare l’appropriatezza dei termini e finalmente ad entrare in campi semantici del tutto sconvenienti dandosi ad un uso improprio e pernicioso della lingua, che sarà ben lungi dal suscitare simpatia verso chi ci ascolta.

E c’è anche chi della lingua fa cattivo impiego addirittura a bella posta, anche con l’illusione di rendersi simpatico ed attraente, senza tuttavia accorgersi di arrecare scandalo e di non suscitare altro che ribrezzo nelle persone serie. Quante volte infatti alla tv si notano personaggi e uomini di spettacolo che, non avendo più risorse e non sapendo come mettere a frutto la loro inventiva per divertire il pubblico, ricorrono facilmente ad espedienti di scurrilità, e a volte anche a vere e proprie immorigeratezze e ignominiosità nelle tematiche e negli argomenti? Quante volte, anche per la sola finalità di successo economico, parecchi uomini di spettacolo si danno a gratuite devianze per attirare il pubblico? Occorre che si eserciti sempre e in tutte le circostanze il dominio della lingua.

Per colpa del cattivo uso della lingua, poi, vi sono state anche persone colte da gravosi malesseri fisici per essere stati leniti da altri nella loro dignità e nella reputazione: è il caso di parecchie persone sensibili che vengono colte da malore quando apprendono notizia di certe accuse, pettegolezzi, malelingue che altri hanno messo in giro nei loro riguardi, o quando comprendano comunque di essere stati calunniati e feriti nell’onore e nella dignità. E a proposito di questo assunto, seppure anche i sacerdoti omettano di renderlo presente nelle loro catechesi e nelle confessioni, è risaputo che la calunnia e l’offesa grave rivolta a terzi corrisponde in tutti i casi ad un ledere la dignità e l’onorabilità della persona , colpendola nella sua stessa attendibilità e questo rientra nel settimo comandamento: “Non uccidere”. Non si ammazza infatti soltanto con la spada o con le armi da fuoco, ma anche con la lingua.

Quest’ultima viene definita in parecchie parti della Bibbia come i libri sapienziali e la lettera di Giacomo alle a stregua di un elemento utile e bello, ma allo stesso tempo suscettibile di molti rischi: con la lingua si può arrecare molto bene come anche molto male, a seconda dell’impiego che se ne fa di volta in volta.

San Francesco di Paola non era uomo di parole inutili. Ed esortava anzi anche i suoi confratelli ad evitare il multiloquio e la vacuità verbale; non perché volesse usare indifferenza o cinismo, ma per il semplice fatto che anche nelle parole intendeva comunicare l’amore di Dio. Raccontano gli agiografi che nessuno fra le persone che lo avesse incontrato se ne fosse tornato senza aver ricevuto almeno un lume o una qualsivoglia edificazione: i suoi discorsi tendevano sempre a collocare Dio al primo posto e dolcezza e semplicità che traspariva dalle sue parole attirava al suo seguito numerosissima gente. Se è vero com’è vero che i modi e il tatto sono elementi di attrazione che suscitano interesse negli altri verso di noi, è vero altrettanto che nel parlare calmo, sereno, convincente e disinvolto si può perfino convertire molta gente ostinata. E’ quanto avvenne, infatti, in una determinata circostanza nella quale il Santo avvicinò un nobile signore di Paola che era sempre stato solito redarguirlo attraverso biasimevoli critiche, rimbrotti ed improperi, definendolo un “ciarlatano imbroglione”; con fare lento e pacato, Francesco, senza il minimo cenno di ritorsione o malignità gli chiese: “Perché mi trattate così, fratello? Io sono solo un povero, semplice frate…” E da quel momento il nobile signore, prima intento a mettere in cattiva luce il fraticello presso la gente, cominciò ad esternare tutta la sua ammirazione nei suoi riguardi, parlando benissimo di lui.

E’ scritto anche in una biografia di un Anonimo scrittore dei Minimi che Francesco non usasse mai “tagliare i panni addosso” (= parlare male degli altri) reprimendo tutti coloro che si accingessero a farlo o avessero l’intenzione di spettegolare o parlare male del prossimo: verso chiunque si desse alle maldicenze anche nei confronti degli stessi suoi nemici, il Padano non mancava mai di esternare severamente il suo rimprovero e la sua disapprovazione. La sua convinzione di fondo era che la lingua in fin dei conti era anch’essa un dono di Dio, da adoperarsi secondo finalità di evangelizzazione o comunque legate alla comune edificazione e testimonianza di Dio, ed era per questo che Francesco ometteva nei suoi discorsi qualsiasi riferimento che non avesse alcuna importanza, neppure nelle comunissime circostanze di vita. In altri termini, era solito evitare le parole inutili, anche quando queste non fossero deleterie per il prossimo, e questo attesta la sua generale semplicità e compostezza di uomo disinteressato alla materia e intento ad attribuire primaria importanza a Dio e alle “cose celesti”. Tale è ancora oggi la spiritualità di fondo dei Minimi: seppure il loro campo di lavoro abbraccia ormai quasi tutti i settori dell’apostolato e seppure sono tante le ramificazioni della loro attività, quello che è fondamentale è il fatto che essi, nel modo di parlare, di vestire, di comunicare svolgono già di per sé, indipendentemente dal loro specifico compito apostolico, la missione di recare la testimonianza della divina supremazia sull’umano, che viene poi definita penitenza

Per quello che riguarda noi

Qual è la maniera migliore per non incorrere nell’impiego smodato della lingua e per non cadere nella trappola dell’offensivo multiloquio? Innanzitutto si potrebbe ricorrere allo stesso espediente adoperato da Francesco: la preghiera. Rivolgendoci allo Spirito Santo si acquista, fra i tanti doni che Questi ci accorda, anche quello del discernimento, che ci aiuterà senz’altro a valutare bene i termini prima di proferirli e a vagliare gli argomenti prima di adottarli come trattazione e pertanto ci conferirà il dono della prudenza e della saggezza nel parlare.

Ma il discernimento non è un semplice dono da riceversi una volta per tutte, esso va’ infatti coltivato attraverso l’esercizio ed è pertanto utile prestare attenzione alla nostra istintività, essendo anche disposti a tacere piuttosto che a parlare in modo improprio. Secondo uno scrittore americano abbastanza attento alle problematiche di relazione, sarebbe molto conveniente avere il coraggio che ci mordessimo la lingua tutte le volte che ci colga il desiderio di una critica, una maldicenza o un pettegolezzo. Parlare male degli altri non comporta affatto la soluzione dei problemi per cui siamo da essi separati, quanto piuttosto l’accrescersi delle tensioni, visto che, nella misura in cui si parla male del fratello questi tenderà sempre ad irrigidirsi o a collocarsi sulla difensiva, acquisendo ulteriormente i rapporti. Ed in tutti i casi, il giudizio, la mormorazione e la gratuita critica non potrà mai contribuire ad accattivarci le simpatie della persona interessata. Bello sarebbe, di contro, se noi, lungi dal mettere voci in giro, si fosse capaci di chiarire dubbi o malintesi con la persona interessata in modo tale da appurare fra l’altro se i nostri concetti nei suoi riguardi abbiano davvero un fondamento o siano semplicemente la conseguenza di falsi giudizi o illazioni.

Ed abbiamo scoperto pertanto una strategia ideale per evitare il cattivo uso della lingua: anche se per noi questo risulterà difficile a realizzarsi a motivo del fondamentale orgoglio che umanamente ci caratterizza, sarebbe davvero una via ideale all’autocontrollo se noi si impiegasse il linguaggio con finalità di esaltazione e di ammirazione verso gli altri, piuttosto che di critica e di biasimo. Trovare negli altri almeno una qualità o un pregio da lodare certamente ci aiuterebbe molto di più che non darci ad improperi e pettegolezzi.

“E’ sempre meglio usare la verga con la manna; ossia la giustizia con la misericordia”

Possiedo un libro che in termini efficienti e pratici mostra, attraverso un quiz, la differenza fra un animatore di gruppi (o anche un conferenziere) democratico da un totalitario e un bonario, sottolineando con forza che gli ultimi due riguardano, nel campo dell’animazione pastorale e della conduzione delle riunioni dei gruppi, i due estremi in senso opposto nella considerazione che nel caso dell’animatore totalitario si pecca per eccesso mentre in quello del bonario si cade nella colpa del difetto. Infatti, l’animatore totalitario è quello che intende porre la propria volontà a tutti i costi, che esercita un controllo spietato e soffocante sul gruppo, vigilando costantemente che questo non devii mai dalle norme che lui stesso ha predisposto pedissequamente ed indipendentemente dai pareri e dai suggerimenti dei “sudditi” e pretendendo ordine e disciplina secondo le sue personali convinzioni. In più, controllare e verificare previamente l’efficienza di ogni cosa nei particolari anche di minore importanza prima di intraprendere l’inizio anche di una piccola riunione (la sala, le sedie, il pavimento…

perfino le piastrelle perché tutto sia funzionale e interviene con fare apprensivo su ogni minima inadempienza da parte dei membri di cui è capo. Inoltre, in occasione di insuccessi e fallimenti, atteggiamento del leader autoritario è quello di cadere nello sconforto e nella perdita della fiducia anche in circostanze future.

53-mesinapIl leader bonario invece muove in senso del tutto opposto al capo coercitivo. Si tratta del leader indulgente e accondiscendente, che è solito lasciare correre non amando vigilare né intervenire sulle situazioni che rischiano di degenerare forse perché ama la tranquillità nei suoi rapporti interpersonali e non vorrebbe pertanto contraddire nessuno in alcun modo per paura di farsi delle inimicizie. Oppure, non interviene né alza la voce perché è solito lasciare che altri gestiscano la situazione, né presenzia in prima persona allo svolgimento delle attività del gruppo e al presenziare degli insuccessi e delle disfatte, è solito concludere: “Peccato, poteva andar meglio”, senza tuttavia preoccuparsi di ricercare le cause dell’avvenuto fallimento e gli opportuni rimedi per il futuro. E’ facile comprendere come questa seconda figura di leadership risulti perniciosa al gruppo o alla società nella stessa misura della prima: se la conduzione coercitiva del gruppo è deleteria per eccesso, quella bonaria lo è per difetto.

Il leader democratico si pone invece nella situazione intermedia fra il bonario e il totalitario. Questi è sempre un leader partecipativo e comunicativo, che lascia spazio ai sudditi per quanto riguarda i loro interventi e le iniziative, ma questo non vuol dire che chiuda gli occhi di fronte agli inconvenienti o che sia indifferente alle pecchie e alle carenze; né vuol dire che si mostri eccessivamente premuroso nello svolgimento delle situazioni al punto da soffocare i sudditi su ogni cosa e precludersi a qualsiasi iniziativa dal parte dei medesimi. In una parola, potremmo dire che il leader democratico è occupato, ma non preoccupato. Occupato perché intento ad animare il gruppo e gestire tutte le situazioni presenziando costantemente; non preoccupato perché nel fare questo non si mostra eccessivamente ossessionante. Ciò vuol dire che il leader democratico ha a cuore con assoluta obiettività il buon andamento del gruppo e il conseguimento del bene comune, obiettivi per i quali si pone anche all’ascolto dei membri, valorizza le loro esigenze, apprezza le iniziative e il senso di partecipazione da parte dei medesimi ed è disposto a dare fiducia; allo stesso tempo però è capace di vigilare anche su eventuali abusi ed è pronto ad intervenire qualora persone o situazioni apportino il rischio della destabilizzazione della struttura, e pertanto nulla gli vieta di intervenire in modo drastico attraverso emendamenti punitivi, riprovazioni e perfino soppressioni ed espulsioni, qualora dovesse manifestarsene la necessità. Non che sia solito punire ogni minimo sbaglio, ma intervenire categoricamente anche con grinta e severità per il bene del gruppo, una volta esaurite tutte le possibilità di dialogo, di confronto e andate a vuoto tutte le iniziative di emendazione del reo, questo appartiene al vero leader democratico. Il fallimento? Gli insuccessi? Nell’opinione del leader democratico vanno evitati con tutti i mezzi, ci si deve premurare a fare in modo che non si verifichino, tuttavia essi sono sempre cosa possibile e nulla di strano se una volta o l’altra qualche cosa non debba andare per il verso giusto. Quello che conta è però che occasioni di disfatta non siano ripetitivi, che non si perseveri in futuro su eventuali errori commessi e soprattutto che ci si convinca che le esperienze in negativo servono per riconoscere future occasioni di sconfitta. Comunque, se una volta è andato male un determinato progetto, ciò non vuol dire che tutti gli altri risultati debbano essere sempre fallimentari.

Tornando all’atteggiamento di correzione del leader democratico, sottolineiamo ancora una volta che a questi nulla vieta di intervenire con mezzi e metodi di punizione o di riprovazione quando questo debba rivelarsi utile al fine del buon andamento del gruppo; ma in questo tipo di interventi, il leader si mostrerà aperto e servizievole anche nei confronti di chi sbaglia affinché possa comprendere la vera entità del problema.

Ed eccoci a San Francesco, la cui pedagogia di Superiore e Formatore assume una valenza addirittura attuale e se vogliamo anche applicabile a tutte le attuali circostanze di vita aggregata e associata. Secondo quanto scrivono gli agiografi dell’Ordine, Francesco era il tipo di superiore servizievole che, nel contesto della vita comunitaria condotta assieme ai confratelli, soleva perfino ubbidire ad essi piuttosto che comandare; non di rado serviva le pietanze a refettorio, lavava i panni dei confratelli e accettava perfino di subire rimproveri da parte dei medesimi. Ciò corrisponde anche a che Francesco amasse lasciare il dovuto spazio alle iniziative dei confratelli nella gestione del convento e della vita religiosa in generale. Tuttavia non erano rare le circostanze in cui lo si vedesse assumere un tono altezzoso, categorico, irto di severità, e ciò avveniva quando si verificasse fra i religiosi della sua casa un determinato caso increscioso ed irrimediabile, nel quale non si poteva far altro che intervenire massicciamente e in modo incisivo; e proprio in occasioni come queste Francesco era solito non omettere la punizione a scopo emendativi, anche tramite procedimenti severi e sofferti. In queste occasioni, il frate però non ometteva di comunicare ai reprobi le sue intenzioni di correzione fraterna e di emendazione, che erano ben lungi dal gratuito esercizio della potestà e della supremazia; chi sbagliava in materia grave, insomma, mentre veniva severamente punito e ammonito, comprendeva che lo stesso provvedimento era mirato alla realizzazione del suo stesso bene e di quello della comunità. Al di fuori di circostanze come queste, anche nei confronti di quanti avevano subito siffatte pene, Francesco era solito concedere vantaggiosi premi e sollievi. La verga con la manna rappresentavano nel linguaggio della Regola di Francesco, il retto equilibrio fra la giustizia e la misericordia in quanto l’amore consiste a volte proprio nella correzione degli sbagli anche quando questa dovesse imporre delle drastiche soluzioni. Dice il libro dell’Apocalisse: “Quelli che amo, li rimprovero” mentre i libri Sapienziali e un cenno di San Pietro paragonano Dio a un buon padre che riprende i propri figli quando sbagliano non per il gusto della condanna ma per la loro conversione. Appunto perché Dio padre “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Certamente sarebbe falso amore ed effettiva omissione alla carità trascurare giuste punizioni e riprovazioni quando queste siano necessarie.

A condizione che non ci si limiti alla sola inflazione delle punizioni. Questa infatti piuttosto che un fine deve pur sempre risultare un mezzo, e anche chi sbaglia deve continuare ad essere oggetto delle nostre attenzioni e incoraggiato e ammirato nelle sue qualità. Non è infatti il timore delle pene in se stesso ciò che motiva l’emendamento dei reprobi, ma anche il senso di fiducia che si vuol mostrare nei loro confronti, affinché sia congenito in essi il senso della responsabilità oggettiva.

Per quello che riguarda noi

Se anticamente si esercitava un eccessivo rigorismo nella pedagna, adesso sembra che a volte ci si dia ad un esagerato permissivismo e liberismo. Se infatti in epoche remote nell’educazione dei fanciulli vi era il senso di sottomissione ai genitori e questi assumevano un ruolo di preponderanza e di dominio, il fatto che oggi vi siano nei fanciulli cattive abitudini, vizi, e una mancata educazione al sacrificio, è segno che forse si sta esagerando in senso opposto e che non vi sia una “spina dorsale” nella formazione dei nostri ragazzi.

La gioventù sembra palesare la cultura del “voglio tutto, subito e senza condizioni”, del tutto priva del concetto di formazione alla vita per il quale ogni cosa deve invece essere guadagnata con il sudore e il sacrificio e che nulla ci spetta se non siamo disposti ad operare rinunce e immolazioni. Addirittura in certi contesti familiari si provvede minuziosamente al tutto e per tutto affinché ai figli non manchi quello che a loro possa fare comodo e possa corrispondere ai loro desideri, senza preoccuparsi minimamente del fatto se sia lecito che noi concediamo troppo ai nostri figli. Le conseguenze sono quelle drammatiche della fragilità eccessiva gioventù, per ala quale, abituati ad ottenere ogni cosa senza lottare, i ragazzi crollano di fronte alle minime difficoltà.

Complice di questa carenza nella formazione è senza dubbio il fatto che non si voglia recuperare il concetto di emendazione e punizione. Se un tempo si ragionava sempre e solo

con la minaccia delle percosse e delle privazioni punitive, adesso sembra che anche il ricorso ad un solo schiaffo appartenga alla cultura della violenza, se è vero che vi sono casi in cui perfino il Tribunale è intervenuto più di una volta contro i genitori che schiaffeggiassero i loro figli. Che il senso della responsabilità e la fiducia debbano risultare di importanza primaria nella nostra pedagogia, ciò non vuol dire che i provvedimenti punitivi debbano essere delegittimati e che non valgano a nulla i rimproveri. Questi, certo vanno eseguiti secondo una finalità di correzione e non di coercizione, tuttavia quando è il caso vanno eseguiti. Insomma, non si deve temere di agire quando per il bene degli altri occorra irrimediabilmente che ci mostriamo severi ed esigenti. Interessante è altresì la propensione da parte nostra a che ci si abitui ai dinieghi e ci si disciplini secondo giustizia affinché si scelga ciò che è conforme obiettivamente alla giustizia oltre che ai nostri desideri.