I miracoli

I miracoli di San Francesco da Paola

I primi Miracoli San Francesco li compi durante il suo soggiorno a San Marco Argentano. Un giorno, mentre serviva la messa, il Sacerdote lo incaricò di andare a prendere la brace per il Turibolo; Francesco dimenticò di prendere il recipiente e cosi, per fare prima, portò la brace nelle mani, senza scottarsi.

Francesco, all’età dì quattordici anni, volle cominciare a vivere da eremita. Si rifugiò, cosi, in una grotta solitaria e fredda: per letto aveva a terra nuda e per guanciale un sasso. Egli trascorreva molto tempo a pregare e per cibo mangiava le radici degli alberi, Per tutti i cinque anni restò nella solitudine, impegnato nella lotta tra Lui e il diavolo. Un giorno, Francesco fu scoperto dai cani dei cacciatori, i quali lo videro in estasi; da allora tutti cominciarono ad andare da Lui per chiedere preghiere, aiuti e prodigi.

Durante i lavori di costruzione del Santuario di Paola, gli apparve San Francesco d’Assisi che gli disse dì demolire l’edificio e di costruire la Chiesa più grande, secondo il progetto che tracciava in terra, nello stesso sogno.

San Francesco compì numerosi miracoli durante la costruzione della Chiesa di Paola. Un giorno, una grossa pietra ingombrava la strada, allora il Santo si mise in preghiera ed essa si spostò da sola. Un altro miracolo fu quando un uomo si offrì di aiutare e San Francesco gli fece trasportare una pesante pietra, facendola diventare leggera sulle sue spalle.

Durante la costruzione del Convento di Paola alcuni grossi macigni si staccarono dalla montagna e stavano per travolgere gli operai. Francesco, subito ordinò ai grossi macigni di fermarsi e la loro caduta si arrestò. Sei enormi macigni, ancora oggi, si possono vedere nei pressi del Santuario a Paola.

Mentre gli operai stavano lavorando alla costruzione del Convento a Paola, un giorno si accorsero che stava per crollare il soffitto della fornace, dove venivano preparati i mattoni. Se avessero spento la fornace per ripararla avrebbero perso diversi giorni di lavoro. Allora, informarono San Francesco, il quale scese nella fornace in fiamme, la riparò e ne usci sano e salvo..

Il Santo era molto affezionate ad un agnellino che aveva chiamato Martinello. Un giorno, gli operai decisero di mangiarlo e dopo averlo cotto e consumato gettarono le ossa e i resti nella fornace. Il Santo cominciò a cercarlo e chiese agli operai che lavoravano al convento di Paola se avessero vistoli suo Martinello, essi negarono. Ma quando cominciò a chiamarlo l’agnellino usci dalle fiamme completamente sano e in vita. Fu grandissimo lo stupore e l’imbarazzo degli operai nei confronti di San Francesco

Durante la costruzione del Convento di Paterno, il Santo compi un miracolo di cui oggi ancora si possono vedere gli effetti. Si tratta del miracolo della trave che il diavolo spezzò e che il Santo sistemò miracolosamente sulla porta della Chiesa. Ancora oggi si può ammirare la trave spezzata che regge il portale.

Durante il suo soggiorno a Paterno, Francesco operò molti miracoli, due giovani sposi attendevano con ansia la nascita del loro figlio, ma nacque senza bocca, senza orecchie, con il volto completamente senza forma Pieni di fede lo portarono al Santo il quale, dopo una preghiera, modellò sul viso del Bambino gli occhi, II naso e la bocca e lo consegnò ai genitori, che si mostrarono felici e riconoscenti.

Un tale di nome Roberto Borgo svolgeva il lavoro di copista di libri ecclesiastici, a cui dovette rinunciare perché un male gli aveva immobilizzato il braccio destro. Ricorse, allora al Santo, il quale gli prescrisse una lavanda; il giorno successivo poté ricominciare a scrivere perché era completamente guarito.

Il nipote di San Francesco desiderava diventare un suo seguace, ma sua madre Brigida, sorella del Santo non voleva assecondarlo. Un giorno si ammalò gravemente; allora Brigida portò il moribondo da Francesco, il quale si rifiutò di guarirlo. Il giovane mori, ma il giorno dopo, prima che venisse sepolto, lo risuscitò dalla morte, ma si fece promettere da sua sorella che non avrebbe ostacolato la volontà del figlio dì dedicare la vita .a Dio.

Terminata la costruzione del Convento a Paterno, bisognava sistemare la strada che doveva portare al Convento; questa doveva passare nella proprietà di due fratelli. Un giorno San Francesco passava per la strada che portava alla Chiesa e vide due fratelli che litigavano per un albero di gelso che cadeva proprio al della strada, allora Francesco divise l’albero in due e i due nuovi alberi, in modo da farci passare la strada.

Nei pressi della sua umile dimora, iniziò i lavori per la costruzione del Convento e della Chiesa di Corigliano.

Quando pose la prima pietra il Santo disse: “Fratelli, le locuste hanno mai danneggiato le vostre vigne, i vostri oliveti, i vostri seminati? Ebbene il giorno in cui verrà meno questa pietra il vostro paese sarà vittima di questo”. Sotterrò la pietra nella buca e la cerimonia ebbe fine. Con quella frase, Francesco aveva predetto ai coriglianesi quello che poi sarebbe accaduto 138 anni più tardi.

Il paese di Corigliano venne invaso da numerose flotte di Ottomani, I Turchi salirono fino al paese e cercarono di assalire anche la Chiesa ed il Convento. Tutti i fraticelli fuggirono via, ma un vecchio frate, data la sua età, rimase nel Convento ad aspettare i nemici invasori. A Mora gli apparve San Francesco, il quale lo tranquillizzò e lo aiutò a puntellare la porta del Convento con una fragile canna, i Turchi non riuscirono a sfondare la porta. Quel pezzo di canna ancora oggi viene gelosamente custodito nel Santuario di San Francesco a Corigliano. Il busto di legno dipinto del Santo, che è custodito nella Sacrestia del Santuario di Corigliano, porta in mano la custodia in argento che conserva il pezzo di canna,

Brigida era profondamente addolorata per la partenza del fratello Francesco verso la Francia. Ella insistentemente chiese al Santo un suo ricordo prima di partire ed egli, non sapendo cosa darle, avvicinò le mani alla bocca, si levò un dente molare e lo consegnò come ricordo alla sorella, ancora oggi il molare del Santo viene conservato come reliquia nel Santuario di Paola.

Molti anni dopo la partenza di Francesco dalle Calabria, un dente che. aveva lasciato alla sorella Brigida come ricordo, fu presentato ad una donna di facili costumi; appena questa baciò la reliquia II dente si spezzò. Allora la donna si convertì ad una nuova vita.

Durante i lavori di costruzione a Paola, era difficoltoso per gli operai attingere l’acqua dal torrente San Francesco, allora, prese una verga e colpì la roccia: subito usci l’acqua. Ancora oggi, a Paola esiste la fonte della “Cucchiarella”. considerata da molti miracolosa.

Durante il cammino verso Napoli, Francesco si portava dietro un asinello al quale aveva dato il nome di Martinello. Un giorno si accorse che bisognava fare nuovi zoccoli per l’animale e si recò da un fabbro, il quale, nonostante le preghiere di Francesco voleva per forza essere pagato. Poiché Francesco non aveva denaro, chiese all’asinello .di restituire gli zoccoli al fabbro; l’animale scosse le quattro zampe e restituì i ferri allo screanzato, fabbro, vedendo ciò, si senti mortificato e volle riparare, ma non fu più possibile.

Quando Francesco dovette partire per la Francia, perché era desiderato dai re, decise di partire a piedi Attraverso i monti Pallini, che separano la Calabria dalla Basilicata e da un’altura diede l’ultimo saluto alla sua amata terra. Su di una pietra lasciò impressa l’impronta dei suoi piedi; oggi metà della pietra si trova nella Chiesa della Maddalena, mentre l’altra metà volle custodirla il proprietario del terreno.

Un giorno, mentre Francesco era assorto nella preghiera, gli apparve l’Arcangelo Michele, il quale gli consegnò lo stemma per il suo Ordine. Sullo stemma, la scritta CHARITAS sta ad indicare la Carità, intesa come Amore verso -tutti e soprattutto verso i poveri, i bisognosi, i diseredati.

San Francesco doveva recarsi in Sicilia: a Milazzo lo attendevano per la costruzione di un convento. Sulla riva di Cotona, un paesino in provincia di Reggio, si avvicinò ad un tale, proprietario di una barca carica di legname che stava per salpare e gli chiese di accoglierlo sulla barca con i suoi confratelli. Il barcaiolo rispose che li avrebbe portati solo se lo avessero pagato; poiché essi non avevano un soldo, Francesco, senza scomporsi, si allontanò sulla riva e si inginocchiò per pregare. Dopo un po’ si alzo, benedisse il mare, distese il suo mantello e vi fece salire sopra i due confratelli e i nove viandanti; intanto aveva attaccato una estremità del mantello al suo bastone, come se fosse una vela. Appena si mosse a navigare, il barcaiolo, un certo Coloso, mortificato gli gridò che sarebbe stato disposte a trasportarlo, ma il Santo era assorto nella preghiera e non ci fece caso. Giunti alla riva il Coloso continuò ad implorare il perdono di San Francesco. Era il 4 aprile 1464.

Lungo il cammino, Francesco e gli amici fraticelli, incontrarono una comitiva di nove giovani, ai quali chiesero un po’ di pane. Quelli risposero che non ne avevano, Francesco si mise m preghiera e fece apparire del pane nella Bisaccia di uno di loro. Il Santo chiese al giovane di dargli la bisaccia; ne usci un pane bianchissimo e fragrante che bastò per due giorni. Dopo questo miracolo, i giovani non vollero separarsi da Francesco e lo seguirono fino a Cotona dove assistettero ad un altro grande miracolo: la traversata dello stretto di Messina sul mantello.

Quando Francesco decise di costruire un convento in Sicilia, arrivò a Milazzo e andò in un luogo denominato “Pozzo degli impiccati”, infatti c’era un giovane che era stato impiccato tre giorni prima.: Francesco ordinò di toglierlo dalla fune e, appena cadde nelle bracca del Santo, tornò In vita.

Altro miracolo il Santo lo fece per l’acqua di un pozzo, che era stato scavato per dare da bere agli operai che lavoravano alla costruzione del Convento di Milazzo. L’acqua non era potabile, ma il Santo la rese cosi salutare, che per molto tempo fu considerata addirittura miracolosa. Come, però, aveva previsto il Santo, appena venne costruita una cisterna per la raccolta dell’acqua, quella del pozzo tornò ad essere salmastra

Quando il Santo si trovava a Napoli, presso il Palazzo Reale, il Re di Napoli voleva provare la santità di Francesco; cosi gli fece portare un vassoio pieno di monete d’oro, che avrebbe dovuto utilizzare per la costruzione di un convento. Egli, però, le rifiutò dicendo che quel denaro era stato guadagnato dai Suoi sudditi e non da lui.

Durante il viaggio verso Napoli, che si sarebbe concluso in Francia, Francesco si fermò ad un paese per ristorarsi Chiese ad un uomo un po’ di vino, ma questo disse che era finito; sollecitato dal Santo andò a vedere nella botte e la trovò piena.

Durante il viaggio verso Napoli, i frati furono ospitati da due coniugi, che chiesero a Francesco un ricordo; egli, allora, tracciò il suo volto con un carbone. Un altro miracolo simile a questo lo fece quando, per lasciare un ricordo ad signore, accostò un tovagliato al volto e vi lasciò impressa la sua immagine.

Prima di partire per a Francia, Francesco a Paterno operò molti miracoli. Un grande amico di Francesco si recò dal frate per ricevere l’ultima sua benedizione; con lo stupore di tutti, il Santo tirò fuori dalla tasca un piccolo pane bianco: egli non portava di solito mai niente da mangiare con sé. L’amico conservò gelosamente il pane per ben cinque anni; poi, durante una carestia, si ricordò del dono, quando andò a prenderlo, lo trovò ancora fresco e fragrante e potette sfamare ben sette persone.

Il Re a Napoli cercava di corrompere Francesco con il denaro, ma un giorno il Santo prese una moneta in mano e la spezzò. Il Re ne vide uscire del sangue e il frate gli fece notare che era il sangue dei suoi sudditi, che venivano mal pagati per il loro lavoro.

Il Re di Francia era molto colpito dalla santità di Francesco, ad un certo punto della sua vita, si svincolò dal potere, dalla gloria e si dedicò alla preghiera insieme al Santo. Un giorno il Santo gli disse che non sarebbe guarito dalla sua malattia, ma che doveva sbrigarsi a sistemare i suoi affari anche col Re d’Aragona, perché da li a poco sarebbe morto.